Rivara
Doc. 04 — Cap. 2 di 2

Capitolo CXIX — Rivara

Da «Passeggiate nel Canavese» di A. Bertolotti, Tomo VI, edizione 1873 — gli estratti dedicati a Camagna e Rivara.

A. Bertolotti, 1873F.L. Curbis di Ivrea — ristampa 1965

Rivara o Riparia, nome antico di questo borgo, non offre difficoltà all'etimologia, facilmente sapendosi che tal nome viene da riva o ripa di torrente o fiume, od anche da rialti. Il blasone stesso del comune offre allo sguardo 13 monticelli con un'aquila. Infatto, Rivara posa sulla destra riva del Viana, che una volta doveva scorrere ancor più vicino. Vi sono due frazioni nel Modenese dette Rivara, e due altre, una detta Rivarai, altra Rivaro nel Genovese. È nominato il luogo nostro fin dal 1014 in un diploma di Enrico imperatore, in cui si descrivono i possessi dell'abbadia Fruttuariese, che andavano usque Rivaria. Fondato il monastero di Busano, e nominato prima badessa Libania, figlia di Armerico signor di Barbania, Corio, Busano, Rocca e Rivara, vari beni di Rivara furono da questi dati al nuovo monastero. Pare che i feudatari di Rivara fossero soggetti al marchese Monferrino, trovandosi che nel 1164 Federigo imperatore confermava a detto marchese fra varie terre anche Rivara. I conti di Valperga non tardarono ad impossessarsi di Rivara, ed un loro ramo ne portò poi il titolo con molto onore. Da Guido II, il quale nel 1110 ottenne dall'imperatore investitura del contado Canavesano con la terra di Valperga, nacque un altro Guido, stipite del ramo Valperga di Rivara. Questi, fin dal 1220, cominciò a prendere il titolo di Rivara, e moriva poi nel 1236, lasciando Corrado, suo figlio, erede del feudo. Oltre questo castello costituivano lo stesso Forno e Busano, e più tardi fu comperato Levone. Ebbero i signori di Rivara parte nelle giurisdizioni di Rivarolo, Rivarossa, Barbania e Ozegna, nella superiorità dei Cortina, consignori di Favria(1). Gli uomini di Rivara, rappresentati da Guglielmo conte loro e di Valperga, ebbero dal 1232 al 1240 lite col monastero di Fruttuaria e di Belmonte, perché eglino pretendevano che Busano dovesse concorrere con loro nel fodro, mentre i monasteri dicevano Busano dipendere da loro. Quei di Rivara furono condannati e dovettero restituire ai Busanesi quanto loro avevano sequestrato. Erano consoli di Rivara in tali vertenze nel 1233, Pietro Massa e Guglielmo Rubeo, nel 1240 Giovanni Giusto Folloe Giordano Turiglia. Di questo secolo, cioè dal 1200 al 1240, in istromenti per liti con Busano si ha menzione nelle coerenze di possessi delle seguenti famiglie, abitanti in Rivara: i Cavallari, Flanda, Borgna, Gariglio, Borelli, Ripa, de Moro, Dolio, Plarto, Melieti, Modi, Gardani, Turilli, de Monte, Follis, Gonelli, Mazzocchi, Azani, Paglia, Cazzuli, Colombo, Gardari, Parino, Zocca, Bona, Novello, Pezza, Valerio, Rainere, Lumergo, Albertano, de Collo, Viviano, Bogello e Gay (2). Nel 1246 trovasi che Corrado di Rivara investiva Giacomo, figlio di Bertoldo, dei luoghi di Lanzo, Corio e Ciriè. Il Corrado (1253) prestava omaggio al marchese Monferrino pel suo feudo di Rivara. Con istromento del notaio Oberto Martinaga di Rivara egli donava alla chiesa di S. Giovanni di Rivara, a dì 8 agosto 1277, due giornate di terreno, coerenti alle famiglie Besta, Rubeo e Bonifacio. Nell'Archivio di Stato torinese vi è copia delle convenzioni fatte, addì 1° maggio 1262, tra Corrado, Giovanni e Valente, consignori di Rivara, ed il Marchese Guglielmo monferrino, in occasione di vendita, fatta dai suddetti al marchese, il quale promise di difenderli ed eziandio muovere guerra contro i loro nemici e specialmente contro Giacomo Gay ed altri; e nel 1278 confermava tale promessa di difesa massimamente contro gli uomini d'Ivrea. Del 25 marzo 1303 vi è testamento di Guglielmo di Rivara conte di Valperga, con cui costituisce in suoi eredi Pietro e Guidone fratelli, suoi nipoti, e lega alla chiesa di Belmonte un annuo staro di noci ed i frutti di una vigna nel territorio di Rivara, tenuta da D. Giacomo pievano del luogo. Altro castello vi era ancora in Rivara, e questo era tenuto dalla famiglia Descalzo, che nel 1303 ne faceva omaggio al Marchese Monferrino, dichiarandosi per lo stesso castello e pertinenze fedele. Tra le contese di Savoia e del Principe d'Ácaia risulta che nel 1313 i signori di Rivara, parteggiavano pel Conte Sabaudo. Fra i nobili, che nel 1316 accompagnarono Teodoro, marchese monferrino, in Oriente, trovossi Pietro di Rivara, conte di Valperga. Il feudo di Rivara doveva dare al marchese due militi, secondo fu stabilito nel 1319 all'arrivo da Costantinopoli di Teodoro marchese monferrino, essendo stato il Pietro di Rivara nominato fra gli ordinatori delle milizie monferrine. Pietro e Vietto, signori di Rivara e conti di Valperga, avendo contese coi conti di Masino, fecero compromesso nel Filippo Principe d'Acaia, e nel 1324 prorogarono il compromesso e finirono poi di aggiustarsi. Corrado di Rivara aveva da detto Principe nel 1335 investitura dè suoi feudi, essendosi il Principe impossessato di quasi tutto il Canavese. Pietro di Rivara, fin dal 1330, erasi pure procurato investitura della quarta parte di Oglianico, di Favria e del castello di Rivara dal conte Aymone di Savoia. Allorché nel 1341 il marchese Monferrino dichiarava a Giacomo principe d'Acaia la guerra, l'intimazione era fatta dal frate Giordano de Braydis di Rivara, Minore Osservante nel convento di Chivasso. Se i feudatari di Rivara dipendevano dal Monferrato, non mancavano però di provvedersi investiture da Savoia per le altre porzioni di feudi, che avevano nel Canavese, come fecero nel 1344. Carlo IV nel 1355 riconfermava al Marchese Monferrino Rivara (3). Amedeo di Savoia, fatta lega con Galeazzo Visconte di Milano, mosse guerra al Monferrato, e nell'anno seguente poté allontanare le bande inglesi dal Piemonte. Entrato nel Canavese vi danneggiò specialmente Rivara. Venuti ad accomodamento, il Marchese Secondotto e Savoia fecero nel 1378 compromesso nel Visconte, il quale dichiarò fra le altre cose che la fedeltà di Rivara dovesse restare al Conte di Savoia, perché il marchese fin dal 1372 gliela aveva impegnata, del che Secondotto non ne volle sapere. Fin dal 1339 erano nate vivissime discordie tra i conti di Valperga e di S. Martino, in cui i conti di Rivara presero grande parte. Si crede che in esse il castello di Rivara, quantunque ben fortificato, venisse incendiato; ma poco dopo fu ricostrutto più forte con torri, e cinto di mura il villaggio. Eglino l'avevano specialmente coi signori di Front e di Barbania; nel 1370 Pietro di Rivara e suoi aderenti tesero insidie ad Enrico di Front in sulla strada da front a Torino; ma non riuscirono di sorprenderlo, e per ciò fecero prigionieri altri di sua casa. I signori di Rivara ed altri nel maggio 1378 presero Barbania, che ebbero fino a tutto luglio, imprigionando vari, battendo e spogliando Taddeo, figlio di Enrico di Front, che tennero prigione per più giorni nel castello di Rivara. Pietro ed Ugonino di Rivara vennero con altri a saccheggiare Barbania nell`agosto 1382 e nel xbre fornirono loro uomini ad Antonio di Mazzè per far altrettanto a Barbania e Front. Nel giugno 1383 Pietro di Rivara con compagni venne al luogo Babiacium, ora cascina Babiasso verso Rivarossa, devastarono un podere, spettante ad uso di Front e saccheggiarono i dintorni del luogo. E poco dopo danneggiarono anche questo villaggio. Al xbre Ugonino di Rivara accompagnò una grande scorreria in Barbania, e poscia altra in Pont a danno sempre dei S.Martino. Nel gennaio 1384 i signori di Rivara di nuovo irruppero in Barbania e Front e nel febbraio in Agliè, e due volte in marzo di nuovo a Barbania. Al 1391, per opera del Conte Sabaudo si pacificarono, e nell'anno dopo avevano i signori di Rivara investitura dei loro feudi (4). Amedeo, Principe d'Acaja, cercò di occupare il Canavese a danno del marchese Monferrino nel 1393; per mezzo di compegnie di avventurieri assoldate tentò un colpo di mano sovra Rivara, in cui furono commesse da quelle indisciplinate turbe ruberie, omicidi ed altre nefandità; altrettanto dopo si fece in altri luoghi più lontani. Fin dal secolo XIV risulta il comune avere propri statuti, che regolavano pure il comune di Forno. Per la mal interpretazione di alcuni capitoli insorsero liti coi feudatari. Nate vive risse tra popolani e nobili con reciproco danno fin dal 1390 gli uomini di Rivara e di Forno, i nobili avevano eletto in arbitro il marchese Monferrino; ma non bastando tale sentenza altro arbitramento ebbe luogo nel 1402, in cui, addì 8 luglio, il marchese Teodoro pronunziò sentenza definitiva. Il rappresentante dei nobili di Rivara era Guietino conte di Valperga; sindaci dei comuni di Rivara e Forno furono eletti: Giacomo Braida, Domenico Pare, Francesco Perrezio, Domenico Chineso, Turino Vento, Tommaso Cavallerio e Bartolomeo Tiglieto. Regolò prima di tutto le successioni, restringendo i casi in cui ai nobili potevano essere devolute, poi determinò le roide, i censi, le multe stabilite dai bandi. Ordinò che i popolani dovessero pagare ai nobili la decima sulla canapa e sugli agnelli, capretti e maiali; la vigesima del vino, fromento e biade, dando le granaglie in covoni, il vino già fatto. Potevano i popolani in tre dì della settimana servirsi dell'acqua dei molini. Erano obbligati a fare la guardia di giorno e di notte al castello, pagarne il torriero in fiorini nove. Il capitolo sedicesimo aggiudicava il bosco di Pesmonte ai nobili Guidetto ed Ugonino fu Tommaso ed ad Antonio fu Corrado. Di altre prescrizioni di minor importanza ancor si fa parola nella sentenza arbimentrale, la quale pare avere momentaneamente soddisfatto. Abbiamo veduto che per avere impegnato varie terre il marchese Secondotto al Conte Sabaudo, Rivara fu tenuta da questi. Per nuovi imprestiti il marchese Monferrino Gian Giacomo dovette nel 1435 cedere Rivara a Savoja, riconoscendo tal feudo dal Conte. Scrisse il marchese a dì 12 febbraio di detto anno ai signori di Rivara di prestare giuramento a Savoja, al che si dovettero assoggettare. Il marchese Monferrino Guglielmo, a dì 23 marzo 1471, dichiarava che le prime appellazioni di qualsiasi causa vertente in Rivara, dovessero portarsi avanti i feudatari od ai giudici da loro deputati; sentenza confermata nel 1514. Al 23 gennaio 1446 Antonio signore di Rivara era investito dall'Arcivescovo di Torino delle decime di Rivara, Forno, Levone e Rocca di Corio. I nobili di Rivara procurarono nel 1479 una transazione tra i comuni di Levone, Corio e Rocca di Corio per ragione di confine. Al 1498 promulgarono nuovi statuti: era allora potestà di Rivara Mollo de Burgaro, e l'atto di promulgazione aveva luogo ad muretum dei castelli di Rivara, presente il venerabile prete Oberto Comba di Forno di Rivara, Giorgio Vertolli e Marco Cigroni di Rivara. Si fa pur menzione in questo secolo specialmente delle famiglie Gays, Quarelli e de Caterina (5). Nel secolo XVI Rivara ebbe a provare glie effetti delle guerre tra Francesi e Cesariani. Prima si deve però notare che dal 1540 al 1547 vi furono ancora vive liti tra il comune di Rivara ed i nobili a cagione dei consegnamenti: il comune fu condannato a prestare il solito omaggio di fedeltà; ma dover essere esente da molestie per le decime e roide. Il De Brissac, comandante i Francesi, dopo l'impresa di Lanzo nel 1552, ritirossi a Torino, ordinando la presa del castello di Rivara. Varie compagnie del capitano Vinea e Carlotto il calabrese furono destinate a tale impresa. Vennero a Rivara e diedero un forte assalto al castello, in cui furono ucciso il comandante dello stesso ed il capitano Carlotto. Questi aveva servito a lungo sotto gli Spagnuoli e da poco tempo era passato coi Francesi. I soldati dentro il castello, visto la morte del loro capitano e nessun soccorso venire, resero il castello al Vinea; più tardi dovettero poi i Francesi sloggiare per l'arrivo degli Spagnuoli (6). Gli uomini di Rivara ricorrevano nel 1567 al Principe contro i nobili loro, dicendosi aggravati da molte liti mosse loro, affinché pagassero il maritaggio e vari altri diritti, al che fu provvisto per allora. In questi tempi e seguenti i signori di Rivara si segnalavano servendo Casa di Savoja, dei quali si parlerà in seguito. Le famiglie popolane principali erano allora: Paglia, Magnano, Camerlo, Canale, Merla, Polletto, Rebaffo, Set, Comba, Magnetto, Pitta, Cavallo, Toralli, Vignola, Mollo, Rubiolla, Martinaglio e Saccarione. Notansi i notai Giovanni Set e Guglielmo Gays. Nel secolo XVII nuove sciagure piombarono su Rivara per le guerre. Il Duca di Savoja (1610) avendo emanato un editto, col quale s'istuivano degli uffizi pubblici, a cui i notai ed ufficiali dello Stato dovevano consegnare copia autentica di tutti gli atti, onde essere conservati, uno di tali uffizi, che presero poi il nome d'insinuazione, fu stabilito in Rivara, da cui dipendevano 44 comuni ridotti poi a 22, e poi nel 1793 a 14, e fu tenuto quasi sempre dalla famiglia Gays. Nel 1612 principiossi una lite tra Rivara unita con Levone contro Barbania per confini dei territori della Pasquarola. Del 10 luglio anno seguante vi è l'atto di vassallaggio verso il Udca di Mantova e Monferrato del podestà Gillio, dei consoli Bersano Marco e Oberto Perrona e dei credenzieri Cavallo, Merla, due Gays, un medico Polletto e Quarelli. Giurarono dopo loro i capi casa fedeltà a Ferdinando Gonzaga, cardinale e Duca di Mantova e Monferrato. Al 6 febbraio 1625 alcuni reggimenti di fanteria Francese invasero Forno e Levone, ed una compagnia di cavalli venne a Rivara. All'arrivo d'essa gli abitanti abbandonarono le case, ritirandosi parte nel castello ed altri nelle terre vicine. Alcuni andarono a Cuorgnè, ove pregarono il vicario dei Cappuccini, frate Giorgio da Grosso, di portarsi in Rivara ad impedire i disordini. Egli giunse in Rivara, ove le soldatesche, irritate di vedere la terra abbandonata dagli abitanti, furiosamente assaltarono il castello che presero. Insultarono il conte Pietro Francesco Valperga di Rivara, che stava nel letto gravato dalla podagra. Rubarono un cavallo, bestie bovine e gozzovigliarono per 15 giorni a danno del conte. Un dì incendiarono una cascina dello stesso, lo perquisirono di molta biada, e gli rubarono poi una trentina di bovine, che condussero a Barbania. Il frate Giorgio per quanto facesse non poté riscattare tale bestiame, né prevenire le vessazioni; meglio riuscì un prete Polla del luogo. L'occupazione militare aveva avuto luogo perché il comune non aveva voluto assoggettarsi a certe gravi requisizioni, imposte dal marchese di S. Rerano. I danni avuti dalla popolazione, tra cui l'incendio d'una trentina di case, ebbero origine da che la popolazione di tanto in tanto si ribellava, e se poteva sorprendere isolatamente soldati, li uccideva o malmenava. In casa di Giacomo Morutto un soldato fu svaligiato di tutto. Alcuni soldati, accompagnati dal podestà di Rivara signor Gillio, mentre andavano a caccia de' tordi, furono assaltati da molti di Rivara, capitanati da Ipolito e Giovanni Francesco Gays, Giacomo Savatone e Giovanni Michele Quarelli. Il podestà con istenti potè preservare i Francesi dalla morte. Le truppe, stanziate in Rivara, erano comandate da un certo capitano Mandellot, che corse pericolo di essere ucciso di notte per un agguato tesogli da uno di Rivara; gli rubarono poi un cavallo, ma gli fu restituito per ordine del conte di Rivara. Un soldato, chiamato La Folia, fu lasciato per morto in casa di Giacomo Cavallo; egli ebbe vanti ferite, tuttavia si portò in persona dal Duca di Savoja a domandare giustizia. In casa di donna Paola Polla il luogotenente della compagnia sig. Della Costa fu preso a colpi di moschetto; egli si fortificò i detta casa e chiamando aiuto fu in tempo liberato. Essedno egli di giorno alla porta Marsera gli fu scaricata un'archibugiata, però non fu colto. Un dì minacciarono di ucciderli tutti, se non partivano; e molte arme furono rubate ai soldati. Savoja mandò rinforzi, e questi furono accolti a schioppettate da quei di Rivara, ed arrivati nel luogo, quantunque in mille e più, dovevano stare sempre armati per paura degli abitanti. Il prete Guglielmo Rubiola ferì un maresciallo di alloggio, che non voleva contentarsi di pane di granturco. Bernardo Oberto con altri di Rivara cercò di assassinare i vivandieri. Insomma la popolazione era tutta unita contro i Francesi. Il marches di S. Rerano da Corio avvisò i sindaci di Rivara, che avrebbe mandato ad incendiare il luogo dai quattro canti, se si continuava a maltrattare i soldati. Intanto li requisiva per 150 doppie, più ottocento ducatoni sotto altro titolo. Non potendo il comune pagare, portarono i particolari le loro mobilie nel castello; ma vennero i soldati in esso e tutto rubarono. Via i soldati il conte di Rivara pretendeva dal comune quattro mila scudi pei danni, che aveva avuto dalla soldatesca a cagione della testardaggine e cattiveria contr'essa. Al contrario gli abitanti chiedevano la restituzione di quanto avevano depositato nel castello, specialmente di 4 caldaie ed altro rame, spettante alla Confraria di Santo Spirito, valutato L. 500. I Polla, i Garrotto, i Morrutto, gli Armanno, Alessandro Paglia ed altri volevano dal Governo risarcimento delle loro case incendiate. Giulio Gays reclamava per due carrettate di vino ed altre robe, così D. Paolo e fratello Gays, D. Alessandro Polla ed altri particolari per depositi fatti nel castello. Litigarono per qualche anno, quindi si venne a transazione. Al 29 gennaio 1628 la Credenza di Rivara, formata da Giulio Cesare Gays e Pietro Filippo Biraota consoli, Sebastiano Gherra, Giacomo Polletta, Domenico Rubiole, Domenico Armanno, Domenico Nicola Cavallo, Battista Gays, Francesco Gays, Giacomo Cavallo credenzieri, unanimemente fece aggiunte ai capitoli per riguardo ai confini di Rivara, di cui già si era occupata nel 1622. Il che fu approvato pure dal conte di Rivara. Eran Podestà Giovanni Varvelli e segretario del comune Giorgio Canaperia. La peste del 1630 visitò anche il borgo di Rivara, come risulta da una scrittura. In tale anno erano consoli Michele Cavallo e Giovanni Battista Set, i quali dovettero pensare pure al riparo degli alloggiamenti militari con Favria e Verolengo. Nel 1631 la Credenza, presieduta dal podestà Aurelio Gillio e composta da Gian Domenico Rubiola e Giovanni Pietro Turineto consoli, Marco Paglia, Andrea Merla, Giovanni Francesco Gays, Giacomo Polletta, Gian Domenico Bruno, Sebastiano Gherra, Gian Domenico Polletta, Pietro Salvino, Giovanni Battista Set, credenzieri, regolò le imposte a cagione della peste, per la quale si avevan dovuto prendere provvedimenti straordinari, avendo essa invaso Rivara, Levone, Busano, Forno, Pratiglione e Pertusio. Il comune di Rivara e qualli di Levone e Forno uniti nel 1640 supplicarono il Duca di Savoja di alleggerirli dai gravami dei carichi militari. Nella supplica si notava come per ordine di Don Maurizio di Savoja, soffrissero gravissime spese a cagione di alloggio di militari; per di più Rivara fosse stata requisita di 95 e mezzo rubbi di fieno. Levone di 27.2, Forno di 21, e restasse loro impossibile provvederli. Rivara alloggiava già la compagnia del conte Gerolamo, valutata piazze otto, la compagnia del conte di Monticello piazza sei, quella del capitano Bollo piazza sei, in tutto piazze venti, oltre alle piazze pagate alla compagnia del conte Carlo Valperga. Forno aveva la compagnia del D. Maurizio di Savoja piazze 5 e mezzo e quella del conte Gerolamo Valperga piazze 1. Levone: piazze cinque e metà della compagnia del conte di Monticello. In seguito di tale supplica, un ordine di D. Silvio Emanuele di Savoia, generale della città e Provincia d'Ivrea, Biella e contorni per S. A. R.., obbligava le comunità di Barbania e di Balangero a concorrere con le suddette per la requisione del fieno (7). Era podestà di Rivara nel 1643 Gian Domenico Chiapetto di Valperga. A dì 2 luglio 1657, il conte di Rivara aveva investitura dei castelli, detti Superiore ed Inferiore in Rivara. Nel 1666 nacque nuovo litigio tra gli uomini di Rivara e la vedova contessa Anna Francesca. Questa scriveva al Duca di Savoia che " i sudditi suoi erano ribelli, che non contenti di trattenerci tutti li reddit nostri, ci fanno la guerra, massime, con fare tutti luoro sforzi indiretti per levarne a noi le decime all'Arcivescovo, qual per tale interesse li protegge a tutto potere contro di noi, non ostante li ordini di V. A. R. e suo R. Senato, quando queste decime sono quattrocento e più anni che possediamo " (8). Pare che l'Arcivescovo di Torino non riuscisse ad avere le decime, avendo il Duca di Savoia sostenuto i diritti della contessa. Dell'aprile 1788 vi è però un ricorso del comune per la riduzione di dette decime alla Curia arcivescovile. Varie deliberazioni del 1725 e 27 fanno conoscere che esisteva in Rivara un collegio di notai, il quale radunavasi una volta all'anno, presieduto dall'insinuatore; e nominavansi i priori e sotto priori. Dette deliberazioni sono firmate da 32 notai, di cui nel primo anno il notaio Giacomo Illarione Gays, figlio dell'insinuatore Carlo Giuseppe, era sotto priore e nel 1727 priore. Erano giudici di Rivara, Forno e Busano nel 1744 l'avv. Giovanni Battista Valle, nel 1747 l'avv. Ascanio Bottone; nominati ben inteso dal conte di Rivara. Qualche vertenza aveva luogo tra i signori di Rivara ed i fratelli Borelli, che avevano costrutto molini nel 1769; ma il tutto si aggiustò poi alla meglio. Intanto il conte Ignazio Dom. Valperga di Rivara al 15 giugno 1793, morì senza prole. La sorella Rosa Cristina, vedova de Villa, pretese succedergli nel feudo pel che mosse lunga lite al Governo, i cui atti furono pubblicati. Ella produsse più documenti antichi, compilò un albero genealogico; ma tutto indarno, poiché il Governo vinse ed il R. Patrimonio prese posesse del castello di Rivara; i beni del franco allodio però passarono a detta contessa ed all'altra sorella contessa di Piossasco. Mentre si stava per occupare il castello di Rivara, avvennero gli avvenimenti politici francesi. Il Governo provvisorio si fece padrone degli stabili feudali di Rivara, valutati rendere L. 15.000 circa all'anno. Essendo i mobili stati riconosciuti spettanti a dette contesse, il castello restò spogliato di tutti gli ornamenti. Si piantò in Rivara due volte l'Albero della Libertà; e nella prima fu Commissario il conte Palma Alerino di Cesnola, nella seconda Bernardino Drovetti. Attorno al suddetto presero la parola l'abate Gaetano Obert, il canonico Giacomo Ilarione Gays, ed altri fautori della novità. Si passò in seguito alla distruzione dei blasoni scolpiti sulle porte e sui banchi in chiesa. Se abbondarono i Giacobini non vi mancarono vari che presero parte alla Massa Cristiana; andati fino a Caselle tosto fecero ritorno a Rivara. Il primo console aveva mandato in Piemonte il generale Jourdan a reggere la provincie Subalpine; a questo fu fatto dono, in nome della nazione Piemontese, del castello di Rivara e sue dipendenze. Il Jourdan venne tosto a vedere il suo nuovo castello; trovatolo smobigliato ordinò che fosse arredato con i ricchi mobili del R. castello di Agliè, il quale era stato destinato a ricovero di mendicità; così in breve il castello si trovò nuovamente brillante, come ai tempi dè suoi antichi feudatari. Il generale Jourdan, con grandi personaggi, vi passò qualche settimana, e poscia vi lasciò un suo zio paterno, al quale molto era piaciuto il luogo, e questi vi moriva poi nel 1815. Il generale Jourdan venne ancora dopo due altre volte a Rivara, e sempre con gran corteggio, festeggiante sue nuove nomine onorifiche. Ristabilite le cose, il Jourdan fu obbligato a cedere il castello di Rivara; ma non voleva restituire 50 quadri, che aveva portato a Parigi. Sollecitato dal Commissario Sardo rispondeva con un sdegnoso silenzio; a nuove istanze dell'Ambasciatore rispondeva che le tele, da esso possedute, erano state col castello di Rivara un dono spontaneo, a lui fatto dal Governo provvisorio del Piemonte, quando essendo egli amministratore generale aveva avuto la sorte di rendere eminenti servigi a quella contrada. Per avere detti quadri, valutati L. 200.000, si dovè pagargli l'indennità del trasporto fatto a Parigi e regalargli una ricchissima tabacchiera. Questo fatto fu poi falsato dal Michaud nel cenno biografico del Jourdan (9). Allora il castello e sue dipendenze, consistenti in 323,87 ettare di terreno, furono incorporati al Demanio; smobilitati i saloni furono convertiti in granai da chi lo prese in fitto. Le ricche suppellettili furono portate al castello di Moncalieri e le guaste vendute a pubblico incanto. Tale separazione faceva l'ingegnere Cardon nel 1820 per ordine del ministro Brignole. Rivara nel 1821 diede nella famiglia Obert caldi patrioti, ed il borgo fu centro di cospirazioni politiche. Dalla Polizia molti fucili e polvere sotto un ponte furono ivi scoperte. Casa Obert ancor più nel 1833 prendeva viva parte al tentativo di sommossa, avendone molti danni, come dirassi altrove. Nel 1830 il cav. Cesare di Saluzzo, venuto a caccia nei dintorni di Rivara, visitò il castello, che giudicò poter servire di ottima villa per la R. Accademia Militare, di cui egli era governatore. Ottenne lo stesso dal Governo, ed in un anno tutto fu ristaurato e adattato per la suddetta, che dì 13 7mbre 1832 faceva il primo ingresso al castello di Rivara. Il comune festeggiò l'arrivo con arco trionfale, ed a nome dell'Amministrazione municipale il sindaco P. L. Gays arringava Cesare di Saluzzo, comandante generale della Reale Accademia. Discorso e varie poesie del teologo A. P. Pallia, dell'avv. Obert, del priore baccelliere D. P. Gays, di Francesco Bersano di Rivara e di altri andarono in luce (10). Essendosi manifestato il cholera nel 1835 gli Accademici vennero a ritirarsi nel castello di Rivara. Fatte le opportune provviste si chiusero colà per quasi sei mesi, comunicando nemmeno col borgo, che pur non era infetto dal morbo. Avevano seco il professore Demaria, medico ordinario, che stette pure chiuso nel castello, sino alla scomparsa del morbo dal Piemonte. La R. Accademia non mancò di tanto in tanto a fare restauri spendendo un 300.000 franchi. Nel 1852 tutti i beni demaniali del già feudo di Rivara furono venduti, solo più rimase il castello con i giardini, spalti, terrazzi e piazza d'arme, il tutto della superficie di ettare 5,33. Per tale vendita Rivara poté aprire nuove piazze e vie, cui diedero nome di S. M., del conte di Cavour e del deputato Demaria, abbellendo il luogo con un nuovo borgo, e ciò fu specialmente ad iniziativa del sindaco medico Luigi Gays. In questo anno, cioè 1853, si celebrò fastosamente la festa dello Statuto (11). Nel 1859 la R. Accademia cessò affatto di occuparsi del castello di Rivara, dopo averlo tenuto per 27 anni e abitato per 3 o 4 mesi quasi ogni anno; e per ciò esso fu posto in vendita. Durante il soggiorno degli allievi accademici in Rivara nessun disordine od inconveniente ebbe mai luogo, salvo la fuga di due gioveni (Coppier e D'Emarese), che internatisi nelle montagne della valle di Lanzo, si sviarono fra quelle solitudini ghiacciate; il D'Emarese fu trovato morto fra quei abissi, il compagno scivolò ad Usseglio da una rupe, sfracellandosi. Il comandante generale conte Giuseppe Faletto di Villafalletto indarno ne fece le più accurate ricerche; i fuggiaschi non poterono essere raggiunti in tempo. Venivano gli allievi in numero di 200 a 300 e sempre furono in buona salute; uno solo vi morì. La salubrità comprovata spinse il Governo nel maggio 1864 a ridurre il castello di Rivara a temporaneo ospedale succursale militare, in servizio del Campo d'istruzione di S. Maurizio. Si collocarono 700 letti; i risultati furono ottimi; detto ospedale, principiato al 20 maggio 1864, finì al 1° 8.bre detto. Ciò non ostante il castello venne rimesso all'asta pubblica sul prezzo di L 40.000, e lo comprato dal cav. Giuseppe Ghersi industriale, che tosto vi impiantò una fabbrica da seta, impiegando molti operai; ma dopo due anni fece fallimento. Nuovo incanto fatto nel 1871 aggiudicò il castello di Rivara al deputalo Massa; ma per l'aumento del sesto passò ai banchiere Ogliani del luogo che sborsò L. 50,000. Il comune di Rivara compilava nel 1869 e nel 1870 pubblicava il suo Regolamento di pulizia urbana e rurale, occupandosi assai dell'igiene. Nel tessere il cenno storico di Rivara più volte abbiamo fatto menzione dei feudatari senza dilungarci sul loro individuale conto, il che ora si farà, accennando coloro, che più si segnalarono, rendendo illustre il nome di Rivara, di cui portavano il titolo Guido conte di Valperga e di Rivara credesi in. vestito de' suoi rendi Uno dal 1163 da Federico Barbarossa. Suo figlio Guido morì in Rivara, ove fa sepolto; egli aveva fatto parte della lega e cittadinanza dei Conti Canavesani. li suo primogenito Corrado, possessore solidario di Rivara, fu investito da Federico II nel 1210; Guglielmo di lui figlio fu uno de' migliori condottieri del marchese Monferrino. Vari entrarono nei conventi come religiosi, ad esempio un Nicolino ed un Odone priore, monaci della Badia di S. Michele della Chiusa. Pietro, figlio dei suddetto Guglielmo, fu giudice generale di Teodoro marchese Monferrino ed uno de' primi cavalieri di sua Corte; fece testamento nel 1335 (12). Suo fratello Fra Giovanni cavaliere Gerosolimitano, militò a nome della Chiesa contro i ribelli della Marra e della Romagna, e con grande valore ridusse ad obbedienza della Sede Apostolica la città d'Ancona e suo marchesato, di cui fu eletto governatore, con titolo di marchese d'Ancona nel 1339. L'Azario lo dice bellissimo uomo, molto savio (13). Un Corrado di Riparia era potestà di Chieri nel 1325 (14). forse egli era figlio del Pietro suddetto. Il fratello di Corrado, Tommaso, investito nel 1335, continuò la stirpe con due figli Ugonino che ebbe il castello superiore, Guidetto l'inferiore. Comincieremo a dare uno sguardo alla prima linea. Antonio, figlio di Ugonino, ebbe un diploma dall'imperatore Sigismondo, a dì 24 luglio 1430, coi quale gli si confermavano tutti i privilegi e possessi Tommaso di lui figlio ebbe investitura nei 1485 e fu padre di Giacomo investito nel 1539, di Giorgio e di Antonio, morto questo in guerra (15). Giacomo da una figlia dei celebre ammiraglio Andrea Provana di Leynì. ebbe Tommaso. Questi. nato nel castello di Rivara nel primi anni dei secolo XVI, fin da giovane militò con molto valore e senno nelle truppe ducali Sabaude alleate con le imperiali, ed in principio dei 1553 era già ai comando di quelle di Carlo III stazionate nella città d'Ivrea. Dopo la battaglia di S. Quintino fu da Emanuele Filiberto, di cui era consigliere, (1559 4 9.mbre), nominato castellano e capitano del castello e città di Nizza, titoli, che nel 1567 furono cangiati con quello di governatore, allora di somma importanza, essendo considerato come la principale carica dello Stato. Nella patente dei 1559 si legge: " Pertanto conoscendo per molte prove quanto voi, magnifico consigliere e ciambellano nostro carissimo Tommaso de' conti di Valperga e de' signori di Rivara, ci avete di continuo fedelmente ed animosamente serviti. seguitando la sorte nostra ne li tempi de le maggiori avversità ci travagli passati, et veggendo in voi l'altre parti necessarie per la bona amministrazione di tal governo, ci è parso eleggervi et deputarvi sì come vi elegiamo ci deputiamo per le presenti nostre castellano ci capitan dei nostro castello di Nizza, etc. " Si vede da ciò quanto il Duca stimasse l'onestà e la capacità dei Rivara. Egli ne' due terremoti, avvenuti in Nizza nel 1564 e 1567 si diportò a meraviglia con soddisfazione di quella popolazione. Avendo il Duca ottenuto dal Papa la riunione dell'Ordine S. Lazzaro a quello di S Maurizio, nel 1573 ne fregiò il Rivara, che fu il primo dei primi Conti Canavesani ad avere tal onorificenza Nel 15 maggio 1575 lo provvide della ricca commenda di S. Margherita di Tronzano. Il Tommaso conte di Valperga, signore di Rivara tenne per 21 anni la carica di governatore e capitano dei castello di Nizza, e morì l'ultimo gennaio 1580. In suo onore fu coniata una medaglia in piombo, da un cui lato si vede il Tommaso in età di 50 anni, barbuto col capo scoperto, corazza e gorgiera ed attorno leggesi abbreviato:

† Thomas ex comitibus Valpergiae dominus Ripariae gubernator et capitaneus arcis Nizzae 1575.

Nell'altro lato evvi il busto di una donna giovane, elegantemente abbigliata. con una specie di cuffia o berretto in capo, ed attorno leggesi:

† Blanca Ponzona comitissa domina Ripariae anno 1575.

Era sua consorte, dei Ponzone d'Azeglio, da cui ebbe Carlo (16). Pietro, fratello del Tommaso suddetto morì in guerra.

Carlo, figlio di Tommaso, fu governatore del castello di Pinerolo, da cui ebbe a ribattere assalti di quello di Fossano e di Nizza stessa (16). I sei figli di lui si segnalarono non poco, poiché Pietro servì Casa d'Austria valorosamente in Fiandra ed ebbe alte cariche e fu giudicato degno di sposare Anna d'Austria, figlia naturale dell'imperatore Massimiliano, vedova dei conte d'Espinoy. Ebbe investitura nel 1598. Il fratello Giacomo Antonio fu cavaliere dell'Ordine di Mantua, vice duca in Monferrato, generale delle armi e maggiordomo maggiore, creato marchese di Ninghello. La sua linea finì in Mantova (17). Era stato governatore di Casale, secondo il Lazari e Brusoni; a lui il capitano Pompilio Regnoni, gentiluomo Sanese, ingegnere, dedicava nel 1620 il poema eroico Vercelli espugnata. Fu creato cavaliere dei Ss.. M. e L. nel gennaio 1603. Il Botta lo qualifica per valente guerriero. Tommaso morì giovane. Arduino fu maresciallo di campo, governatore della città e mandamento di Torino, comandante le arme Sabaude, marchese d'Entraques, commendatore di Stupinigi, governatore di Fossano nel 1640, secondo il Paserio; decorato dell'Ordíne supremo dell'Annunziata nel 1638, cavaliere Gran croce e Commendatore dei Ss. M. e L., della cui Sacra Religione era consigliere. Egli morì nel 1654 (18). Il fratello Filiberto. combattendo contro i Turchi, fu fatto schiavo e morì colà di pestilenza. I fratelli riscattarono il corpo. che fu sotterrato a Vienna, in Santa Croce, chiesa dei Francescani. Ottavio, ultimo fratello, fu valoroso guerriero, insignito della croce di cav. dei Ss. M. e L nel x.bre 1575. Servì il marchese di Mantova nella guerra della successione contro Savoia. Uscì di notte nel 1613 da Pontestura con 500 uomini, facendosi valorosamente strada con le armi, passò impavido il campo nemico, introducendo nel castello di Moncalvo genti e munizioni. Nella notte appresso con più forte coraggio seppe ritornare a Pontestura. Morì poi nel 1618 per ferita toccatagli in un fatto d'arme (19). Giovenale, figlio di Pietro, continuò la stirpe, avendo investitura dei feudo nel 1657; ebbe per figlio Filiberto, che fece testamento il 16 maggio 1731. Lasciò Ignazio Maria, capitano nelle RR. truppe, il quale sposò l'ultimo rampollo della linea dei castello inferiore, cioè Maria Cristina. Ebbero unico maschio Ignazio Domenico, luogotenente colonnello di Cavalleria, possessore dé feudi paterni e materni, morto nubile in guerra nel contado di Nizza, al Fontan, il 15 giugno 1793, intestato. Rimasero due sorelle, di cui la primogenita Rosa Cristina fece lite coi Governo per avere la successione, che non ottenne, come già si notò. L'ignazio Maria ebbe pure un fratello legittimato cav. Pietro Francesco che nel 1777 fu governatore della R. Accademia, primo scudiere e gentiluomo di camera dei Duchi di Aosta e dei Monferrato; morì senza lasciare prole maschile nei 1797 (20). La linea dei castello inferiore fu meno distinta. Guidetto stipite comprò Levone nel 1409, e fu padre di Giovanni; questi di Antonio il quale ebbe Cristoforo Bernardo. Dei due figli di questo il primogenito tu Massimo Antonio, investito nel 1588 e Giorgio Giovanni morì in guerra. Provennero dal primo quattro figli di cui il primogenito fu Daniele, patire di Ludovico. Questi secondo il Rossotti fu personaggio grave d'ingegno, il quale scrisse un trattato intitolato: Della Tranquillità dell'animo, stampato a Torino nel 1605 (11). Suo figlio Giovanni Battista nel 1631 era creato cavaliere dei Ss. M. e L.. unica nomina fatta nell'Ordine in tale anno. Fu padre di Giuseppe Ignazio, maggiordomo di S. M. nel giugno 1726; di Ludovico, capitano delle Guardie morto celibe: di Morizio colonnello d'Asti, poscia comandante di Valenza, morto celibe nel 1744; di Arduino, morto celibe. Restò solamente una figlia del Giuseppe Ignazio, che sposando Ignazio Maria dei primo ramo gli portò in dote la metà della giurisdizione di Rivara, Forno e Busano e la totale giurisdizione di Levone unitamente a tutto il castello inferiore (22). Ed abbiamo veduto come finì la loro figliuolanza, con cui ebbe fine una famiglia, la quale fece molto onore al Canavese. Arrivai in Rivara da Rivarolo Canavese, essendovi il procaccino che con carrozza viene alla stazione della ferrovia a cavalli due volto al giorno. Percorsi poi i dintorni dei borgo, che conosceva già per fama e per averne veduti riprodotti su tele da vari pittori nelle nostre Esposizioni di Belle Arti. Il valente pittore cav. Pittara, cognato dei banchiere Ogliani, che ha in Rivara una deliziosi villa ed è ora padrone del castello, cominciò a venire in villeggiatura a Rivara, e mercè i suoi finitissimi lavori su soggetti rivaresi, il borgo diventò famoso nel mondo artistico. Vari suoi amici vennero a trovarlo in Rivara e, tirando profitto delle loro gite, presero veduto sul luogo. Sarebbe cosa lunga il voler numerare tutti i quadri, che si fecero in quest'ultimi anni con soggetti desunti da Rivara; basti l'accennare fra i molti del Pittara quel ritorno alla stalla dei pecoraio in tempo di pioggia, notissimo e questi altri suoi lavori: 1 Dintorni di Rivara, illustrato dal conte Cibrario nell'Album della Società Promotrice di Delle Arti. - La ritirata. - Le imposte anticipate. - L'aratro modello, premiato con medaglia d'oro all'Esposizione Italiana dì Parma. - L'estate a Rivara. Dell'Ernesto Rayper, genovese: Boscaglie presso Rivara - Il settembre presso Rivara. - 1 primi giorni d'autunno, premiato con medaglia d'oro all'accennata Esposizione. L'Incamminiamoci del conte Federica Pastoris, stupenda scena di costumi piemontesi, consistente in una processione presa dal vero in Rivara. - Sotto i noci a Rivara. Del Ghisolifi La primavera. - Del De Andrade Le cave della calce e boscaglie lungo il Viana. Del Soldi: L' Idillio campestre. - La punizione. Dell'Issel Il sabato dei villaggio ed altri, che più non ricordo, veduti nelle varie Esposizioni di Belle Arti od accennati nelle Riviste artistiche di giornali, poiché il verde di Rivara fa fra gli artisti il motto d'ordine per portarsi nell'autunno nei dintorni del borgo. Ed ancora oggidì il Pittara, il Rayper ed altri nell'estate sono a Rivara, sempre trovando nuovi soggetti a ritrarre. Rivara deve pertanto essere obbligata al Pittara ed agli altri artisti, che concorsero nel far sempre più conoscere i suoi vaghi dintorni poichè senza la tele dei suddetti nessuno avrebbe conosciuto Rivara. Da tale lato Rivara fu celebre negli antichi tempi per i suoi feudatari, ora è tale per merito proprio, cioè pei pittorici dintorni

Il Prefetto francese Jubè noto anche alla letteratura ed alla poesia, venuto nell'aprile 1811 a presiedere il consiglio di reclutamento in Rivara, esclamava fin d'allora: - Je suis enchanté de Rivara et de ses braves habitans - c'est la plus belle partie de mon departement. - Parte dei dintorni di Rivara, scrisse il Cibrario, mostrano una gran varietà di aspetto, come accade nei paesi, posti alla radici delle Alpi, dove il terreno ondeggia e romitacia a rialzarsì in brevi creste ed a divallarsi in pieghe, che paiono conche o bacini più che convalli. L'aria è saluberrima, l'orizzonte lietissimo, ottima l'acqua, di cui vi sono più sorgenti. Il territorio ha una superficie di ettari 971; è fertile e solcato dal Viana, dal Roncaro, dal Levone, dal Mallone e da altri rìvi, che servono per l'irrigazione; il Levone nelle stia piene danneggia l'agro. Buone sono le strade per Forno chil. 4, Camagna chil. 1, Levone chil. 3, Busano chil 3, Pertusio id., cattive per Barbania e Pertusio. Il comune fece dei sacrifizi per la costruzione della strada alla Vaude e per la continuazione di quella da Torino sino a Cuorgnè. Concorse con Busano pel ponte sul Viana, con Camagna per altro. Sulla geologia, il Gastaldi nota che in valle dei Viana presso Rivara, a monte di Levone, si trovano lembi di calcare, alcuni notevolmente estesi. Essi formano una zona, la quale facendo capo a Montalto di Ivrea finisce a Levone fra il Mallone e la Stura di Lanzo. Il Sismonda nota che la protogina, la serpentina, la dolomite e i diaspri compariscono ora isolati. ed ora uniti insieme a due, od in numero maggiore stella propaggine, che da monte Tossico si esiende a Pesmonte, poggio a ponente dì Rivara. La protogina conserva invariata, la predominanza del felspato rosso di mattone è fatto costante; gli altri due principi non presentano di che dare luogo ad osservazioni. Rocce giurassiche metamorfosate uniscono Belmonte e Pesmonte. Percorrendo lo spazio tra i due monti a volta a volta si passa su scisti talcosi alquanto felspatici, simili ai testè mentovati; si passa su diaspri qua e là coperti di calcare ed inclinati all'E 25° N. Presso Rivara tali rocce sono alquanto disordinate, come vuole la natura dei monti, entrandovi la serpentina e il granito in filoni, e sì l'una che gli altri, posteriori alle rocce stratificale, giacché le attraversano. Di più dove sono tocche dai filoni granitici sono trasfigurate al punto da non essere riconoscibili, cosa che accade alla stessa protogina, dove la raggiunge il granito. Sul dorso di Pesmonte, rivolto a mezzo-giorno, la serpentina s'insinua nella prologina, passa al diaspro ed arriva alle varie qualità di scisti. Il diaspro patì tre o quattro sorta di alterazioni. Le altre rocce portano segni evidentissimi di fusione, i quali a poco a poco scompaiono, ma la protogina, prima di riassumere i suoi primitivi caratteri, è scolorata per una grossezza ancora di riguardo, facilitando la distinzione dei talco verdiccio. Il diaspro, il calcare e le rocce scistose non presentano finora detto stato metamorfo ne altro di singolare; esiste però un grosso strato di breccia, che raccoglie in sé frantumi angolati delle singole rocce, che essa separa dal contatto immediato con la serpentina. Le rocce stratificate attorno a Rivara sono distribuite nella seguente maniera: superiormente diaspro, argille rosse, arenarie, ecc.; interiormente calcare bigio scuro, o bigio cenerino con istruttura cristallina. Sotto Forno si scava il che permette se ne distingua l'inclinazione, la quale per altro muta ad ogni tratto Nei luoghi di scavamento inclina all'E. 20º, N. di 50º e al N. 18º 0. di 65º. Queste due dislocazioni si accordano, coll'andamento delle vene spatiche dei calcare medesimo, e con i filoni di una certa roccia, che si direbbe un'arenaria, essendo unicamente composta di quarzo granoso, posteriori ai tempi giurassici. Gli scisti, radunati sul calcare, posseggono in più luoghi l'aspetto della serpentina, e il tatto e la sodezza delle sostanza talcose; ma la giacitura vieta ogni sorta di confusione, cui tendono a produrre queste somiglianze. L'estrazione dei calcare a Rivara si fa in grande scala ed ha già dato luogo alla escavazione di 4 amplissimi anfiteatri, dei quali tre superiori sono abbandonati; e nei 4º il più basso, il calcare si trova coperto da un grossissimo strato diluvium e di argilla (23). Le cave principali sono a Pesmonte, e già furono del comune Forno, del Demanio ed una di Francesco Cavallo. Trovasi negli antichi capitoli d'oneri di palazzi e ponti di Torino l'obbligo di far venire la calce mora da Rivara essendo la migliore. Tale rinomanza sempre si mantenne. Quella di Forno è esaurita da più anni, quella dei Demanio e l'altra di Cavallo appartengono alla società Pistono e compagnia, ed una sola è in esercizio, occupando una 20na di braccianti. Quattro sono le fornaci del calcare e le colture sono da 50 a 60 all'anno, con un 4,000 miriagrammi di prodotto per ciascuna. Le lande incolte hanno il primo strato ghiaioso e di terra calcare il 2º ghiaioso; vi crescono cespugli e gramigne. Molte sono lo boscaglie, che danno legname da costruzione, altro per bruciare e carbone. La raccolta delle castagne, della frutta e dei funghi è abbondante. Il Montiglio è una collina, a mezzodì dei borgo, lunga quasi due chilometri, ricca di vigneti e di querceti a mezzodì, e folta di castagni a settentrione. Pare che lunghessa nel secolo XIII vi fosse ancora un comunello, che è nominato distintamente da Rivara nel 1263. Il vino è copioso e buono; tale pure la disse il Denina (24) e lo diverrebbe, maggiormente se confezionato con più cura; così pei cereali e per la canapa in quanto ad abbondanza; grasse e vaste praterie sonvi, attissime a nudrire bestiame. Si ricava da questo buoni latticini. Si ha poi dal pollame molte uova e buon profitto per la vendita di esse. Esiste nel borgo una succursale della fabbrica di Annecy e Pont, diretta dal dottore Beltrami, che ha distribuito 300 e più telai per la tessitura dei cotoni in Rivara e comuni dei dintorni. Qualche altro pure vi tengono le fabbriche, Chiesa di Rivarolo, Parigi di Cuonrgnè. Altra industria non esiste, essendo il borgo affatto agricolo ed essenzialmente viticolo; e per ciò anche i telai suddetti pochi sono nel suo territorio. Tre sono i molini messi in moto da una roggia, derivata dal Viana, la quale serve anche per l'irrigazione. Si tiene mercato in mercoledì ed una fiera in 8.bre; ma questa ha poca importanza, quantunque recente. mente il Municipio abbia procurato di renderla più conosciuta e utile. Sorge il borgo di Rivara a gradi 45, 19, 50 di latitudine e a 4, 50, 30 di longitudine da Roma; all'altezza di metri 428 sul livello del mare, sulle prime falde di un colle, che guarda Oriente. Le altezze sul livello dei mare pei dintorni sono dal Trucco della Testa in Prascorsano 824 metri, Pratiglione 645 m., Pesmonte 588, Camagna 460, dopo l'indicata di Rivara misurata dal castello, si scende fino a 388 alla cascina Grossa, territorio dei borgo. Il centro dista da Rivarolo chilometri 7, da Torino, capo circondario e diocesi. chil. 35, da Ivrea 32, da Pinerolo 71. da Susa 79, da Biella 81, da Vercelli 83, da Asti 90, da Aosta 101, ecc. Valicando l'alpe Bellono per Mares, si giunge a Sparone in sei ore. La posizione è saluberrima, per cui un poeta dei luogo cantava:

"O Rivara, ognor felice Per la pura aura serena, Per la florida pendice Ove Bacco il seggio tien."

L'aspetto del centro, specialmente, entrandovi dalla parte di Busano, è molto piacevole per la villa Ogliani e quello generale non è brutto. Sono annesse al borgo le seguenti frazioni: Ponte, distante dal centro chil. 2 circa, oltre essa trovasi Marietti, le quali insieme hanno 127 abitanti; Busso verso Busano alla stessa lontananza, divisa in superiore ed inferiore, con 83 ab.; Crosaroglio id. ab. 116, Piano della Prime Foglie distante chil. 1, ah 45; Crosa Quarelli chii. 1. 1/2. ab 59, ed altre minori. Il Della Chiesa, nella Descrizione del Piemonte, manoscritto dei secolo XVII, scrisse: "Rivara luogo piano è detto dai latini Riparia, per aver il suo castello in poggio cinto di fossi, e verso ponente dal torrente Viana circondato. La terra resta in parte murata, mediocremente abitata; ma più celebre pel nome de' suoi conti, che per altro." Nella Relazione del Piemonte, stampata nel 1635, si qualifica Rivara per nobile castello. In una vita di Ardoino, ms. del medesimo tempo, sta, scritto: "Rivara è lungo competentemente popolato, di buon'aria, ridotto in piano e cinto di mura per la maggior parte soggetto al castello, posto su colle con sue torri, cinto a ponente dal Viana in basse." Il luogo era chiuso da tre porte, circondato da muri con fossati; una porta terso la Montagna, era detta Regada, altra verso Levone e valli Merciera, tenendosi per essa il mercato, la terza verso Busano del Viana ed anche la Bruciata, ora detta del BalIo. Questa fu distrutta nel 1830; rimangono traccie di mura, ed una piazza e detta ancora Barbacana. Una, via antica, tendente ai castelli, e detta di battaglia; e la traditione locale spiegherebbe tal nome con ricordare un combattimento, che avrebbe avuto luogo fra i conti di Rivara ed i nobili di 0rio e Montalenghe, assalitori. Grande è la Piazza del Ballo, in cui si fanno i pubblici divertimenti nelle feste; attiguo vi è una tettoia ad uso del mercato. Alquanto stretta è la strada maestra, e così di altre; strettissimi i portici, lunghesso la prima. Le vie sotto rischiarate di notte da lampioni. Ed ora cominciamo a dare uno sguardo agli edifizi sacri al culto. Le chiesa parrocchiale trovai piccola, su tre navale in forma di croce, con un aspetto antico. Credesi edificata nel 1503, poiché la primitiva inservibile era oramai rovinata, e stava extra terram Riparie, come ancora dicevasi nel 1666. Vidi sei altari, un organo; fra le tombe lessi l'iscrizione ricordante Francesco Cavallo ultimo della sua stirpe, morto nel 19 aprile 1847 d'anni 44, lapide posta dalla vedova Rosa de' marchesi della Rovere, tuttora vivente. Altra vicina rammenta Eugenio Gays, deceduto nel 1797. Vi sono pure le tombe dei Pola, Cavalli, ecc. Dall'Archivio Arcivescovile Torinese, compulsato dal canonico Bosio cav. Antonio, risulta che fin dal secolo XIII la pievania di S. Giovanni Battista era di patronato di casa Valperga di Rivara, che, a dì 12 marzo 1334, presentava fra Matteo di Cuorgnè dell'Ordine Gerosolimitano, qual pievano di Rivara. Veniva dopo nel 1354 un D. Giovanni, che, morto nel 1389, gli succedeva un D. G. Michele de Raymonda. Troviamo nel 1441 la collazione di D. Ugone de Gallizio francese, successore a D. Martino. Morto il Don Gallizio, prendeva il di lui posto nel maggio 1454, Fra Martino de Menis de Cumis, canonico di MonteGiove. Egli nel 1456 rassegnava e veniva sostituito da Fra Tommaso Ballardi dell'Ordine di S. Antonio di Vienna. Questi pure rassegnava, succedendovi nel 1479 Don Riccardino de Silvesco. D. Cristororo de' conti di Valperga viene dopo, e rinunzia nel 1547 a favore di D. Bernardi de Silvesco di Cuorgnè. Successore di questo fu D. Aimone Bianchetto nel 1581, morto nel 1618; questi principiò il registro de' morti, dopo D. Giov. Paolo Gays m. 1639; D. Bertetto m. 1668; D. G. B. Cresto che nel 1679 fece cambio di parrocchia con D. Berterio, prevosto di Rocca di Corto, morto questo nel 1689. D. Morutto, m. 1690; D. Gays Giov. Antonio, canonico soprannumerario d'Ivrea, m. 1713; il teologo Maffei m. 1752; D. Perino m. 1773; D. Lupo morto 1780; teologo Andreis m. 1784; D. Cesano m. 1817; D. Mollo m. 1823; D. Mya m. 1851; D. Aimerito, di cui si attende la rinuncia da vari anni, essendo stato allontanato dalla parrocchia. Fra i benefattori della parrocchia vi è dal 1624 un D. Pietro Poletto di Rivara, che vi legava lire 9.000, poi primeggia l'Arcidiacono cav. Gays, che regalò un'importante libreria, un'urna pel santo Sepolcro, una rendita di L. 20, arredi sacri. ecc., ed instituì gli esercizi spirituali per ogni 5 anni. Il patronato della Casa di Valperga passò al Governo, che continua fare le nomine dei titolari, portando le opportune ristorazioni all'edifizio. La nomina del pievano D Carlo Mya di Leynì fu molto festeggiata in Rivara nel 27 aprile 1834. Andò allora alle stampe un opuscolo di poesie con l'allo-cuzione del sindaco medico Gays. Oltre la parrocchiale vi è la chiesa della Confraternita, dedicata alla SS. Annunziata, buon edifizio architettonico. Sul frontone leggesi un'iscrizione con la data del 1684. Una Lapide marmorea ricorda come Clemente Papa XIII ad istanza del P. Federico Gays da Rivara, concedesse singolare privilegio all'altare della stessa. Una bella chiesetta, a S. Giovanni Decollato, è propria dei comune ed ha annesso un fabbricato pel sacerdote. Essa trovasi fuori dell'abitato, in una regione detta Ville Vecchie. Vuolsi che sia stata quivi l'antica parrocchiale, e che pure attorno essa sorgesse il primitivo abitato di Rivara, che andava fino al castello, come farebbe credere il nome della regione. Sotto ad un gradino della soglia sta scritto Municipalità 1799. Nella frazione Crosaroglio vi è una cappella a San Gaetano; in quella Ponte altra a S. Grato, e vicino al Camposanto altra a S. Rocco, tutte di proprietà dei comune. NeIl'ultima cappella, già esistente nel 1074, vi è un'iscrizione a Giuseppe Carotti, novarese, alunno della R. Accademia, distinto per pietà e studi, morto nei 1833 di anni 16. Estono ai tre angoli di uscita del borgo tre altre cappelle di proprietà privata, cioè S. Bernardino sullo stradale per Turino; in fronte di essa leggesi in marmo: Divo Dernardino Quam majores de Gays Erexerant anno -1499 Temporum injuiis labentem Instaurant nepotes MDCCCXXX. Spendendovi lire 4,000.

Nell'interno vi sono poi iscrizioni, ricordanti il teologo Giacomo Maria Gays, canonico arcidiacono a Vercelli, patrono della cappella, che la ristorava; poi il trigesimo dei suo decesso, ricordato dal Municipio di Rivara, ed una visita dell'arcivescovo Fransoni. Dei 1666 vi sono bolle d'indulgenze, riguardanti la cappella in discorso. Vi si conservano vari oggetti, portati da Terra Santa dal Teologo Igino Martorelli. Verso Camagna v'è a!tra dedicata alla Vergine della Visitazione, fondata dal notaio Moruto Carlo nel 1683, come risulta da iscrizione sovra l'altare, e tale proprietà passò alle tre sue figlie Gays, Merla e Pola, le cui famiglie ora sono compatrone. Vi sono in essa le tombe di casa Gays.

Una terza cappella, esclusiva proprietà della famiglia Gays, sta sulla strada tendente a Forno, sita nel concentrico di casa Oberti, dedicata a Santa Croce.

Vi è una Congregazione di carità locale, con una rendita annua di lire 2.620, soccorre un 100 poveri con cura medica, medicinali, soccorsi in denari, provvista di vestiario e di calzatura. Sono suoi principali benefattori il canonico Giulio Cesare Gays, che lasciotte un patrimonio di lire 24.000 e più; il conte Pietro Francesco Valperga di Rivara legolle L. 10.000; il pievano D. Mya non meno di L. 4.000; Battista Beruatto L. 3.000, e poi altri minori di Maria Marietti, cav. Paolo Francesco Gays; e suoi fratelli medico e arcidiacono, il nobile Francesco Cavallo, Colli notaio Pietro Giacomo. Curioni Clara vedova Gays, Bonardi Antonia moglie Ogliani e Serra Innocenza. Il signor Luigi medico Gays, avendo comperato un forno dal Demanio, gli fu accollato il pagamento dell'annuo canone di L 40 alla Congregazione, qual compenso dell'ebdomandaria distribuzione di pane, che solevasi fare sui proventi di detto Forno. I fratelli Giacomo Maria, Carlo Luigi e Paolo Francesco Eugenio Gays spontaneamente portarono a L. 100 detta somma di L. 40. Questo sodalizio è presieduto molto degnamente dal cav. Gays direttore demaniale in ritiro, accuratissimo nel farlo prosperare. Per deliberazione del 1830 fu stabilito che dei legati, oltre mille franchi, fosso fatto il ritratto del benefattore ed affisso nella sala della Congregazione di carità. Il comune mantiene quattro quote, di cui una mista, altra femminile e due maschili, le quali sono ben tenute sotto la direzione dei delegato conte Sillano. Sarebbe però a desiderarsi I'istituzione di un Asilo infantile. Il banchiere Ogliani nel 1871 comprò la casa dei teologo Pallia, regalandola al comune ad uso della scuole. Essa è in luogo centrale ed assai propria. per l'uso cui fu destinata, e serve poi ancora per altri usi con profitto dei Municipio. Vi è una Società Filarmonica composta di 30 soggetti, che, domandata, si porta nei comuni per le feste patronali e allieta il teatro locale. N'è presidente il cav. Gays e sono vice presidenti il dottore Beltramo ed il cav. Pittiara. Il teatro, costrutto ora sarà mezzo secolo, in questi ultimi anni fu abbellito non poco e gentilmente dipinto dal cav. Pittara, che si occupò dei scenari e sipario, coadiuvato da tre altri suoi compagni. N'è direttore il conte Sillano. La casa comunale è pulita, le carte sono archiviate per opera dei sig. Musso. Fra gli edifici privati primeggiano certamente i due castelli, che ora formano un solo e sono stati recentemente comperati dai banchiere Ogliani, che vi spenderà un 300 e più mila franchi in abbellimenti, i quali renderanno, il castello di Rivara la più deliziosa villa dei Canavese, in quanto a prospettive ed a vero gusto artistico.

Vi sono tracce di antichità in due arcate finestre con fregi, in sotterranei ed in secreta prigione in fondo ad una torre. Due erano le cappelle interne; una torre fu rimodernata e munita di orologio, così di vecchi saloni. Bellissima è poi la villa Ogliani, che abbellisce l'entrata nel borgo. Attorniata da magnifico giardino è l'elegante palazzina, mobiliata con squisito gusto. Essa fu disegnata dall'architetto Formento con varie aggiunte del geometra Tealdi ed il giardino dal Capello, giardiniere al Castello Reale d'Agliè. In essa sono molti oggetti d'arte, che il dovizioso proprietario, mecenate degli artisti, comprò alle Esposizioni nostrane di Belle Arti. Fra i principali vanno notati i seguenti, che si trovano in una galleria superiore, ornata di fini stucchi, eseguiti con molla precisione e freschezza dal Loro sullo stile del 1700, con quattro grandi finestroni a vetri variopinti. In essa si schierano fra le sculture marmoree il Menestrello dei Cuglierero di Settimo Torinese, lavoro che già fece bella comparsa in una delle suddette Esposizioni; due busti ritratti di bambine dello stesso artista - ritratti di S M. Vittorio Emanuele e dei conte di Cavour, busti dei cav. Cauda - un gruppo pastorale del Franciosi - vario figurine in bronzo, anfore in alabastro - disposto il tutto in modo da potersi facilmente apprezzare i pregi artistici ed a risaltarne il vero gusto squisito in fatto di arte. Delle pitture si ammirano varie tele del Pittara, dello Steffani di Milano, dei Beccaria, del Bertea e di vari altri chiari artisti. La casa Gays, nel centro del borgo, è vasta, comoda, rnobiliata all'antica, con vecchi quadri ed atri moderni, ritratti di membri della famiglia; casa patriarcale che ebbe non pochi ospiti illustri, fra cui ultimo il Cibrario. La casa del conte e della contessa Sillano è ben arredata alla moderna. Quelle Bruno, Borelli, Oberti, Beltramo, Galletti, ecc. sono belle e comode, alcune lungo la via maestra. Risiede nel borgo il pretore, la cui giurisdizione si estende a Rivara, Levone, Forno, Camagna e Busano, formante un mandarmento di 6,692 anime. Questo confina a ponente con quello di Corio, ad ostro con 33 quello di Barbania, a levante con quello di Rivarolo, a borea col Monte Soglio e col distretto di Cuorgnè. Fa parte del collegio elettorale di Lanzo, del circondario, tribunale circondariale e della diocesi di Torino. Vi sono l'esattore, i Carabinieri Reali, l'uffizio di Posta, che nel 1864 offriva 12,662 corrispondenze impostate, 789 vaglia emessi e pagati pel valore complessivo di lire 16,686, con una rendita di lire 983 sovra una spesa di lire 450; nel 1869 la rendita era già salita a lire 1,238. Vi è sul luogo un medico chirurgo, stipendiato dal comune per la residenza e cura de' poveri; vi sorno ancora due medici chirurghi, ma non eserciscono; non manca la farmacia, bensì il veterinario. Un solo è il notaio. Per l'insinuazione dipende Rivara da Rivarolo, e ciò soltanto dal 1862, essendo prima, come si è veduto, sul luogo questo ufficio fino dal 1610, e che si spera sempre di riavere. Il Casalis scrisse i Rivaresi essere in generale vigorosi, docili e perspicaci. Il Municipio in una sua supplica al Governo gloriavasi che in Rivara non mai vi fossero stati refrattari alla Leva militare, e nessuno processato criminalmente, affermando gli uomini essere laboriosi, e quelli, che avevano avuto agio, di studiare, esser riusciti bene, aggiungendo andar i popolani distinti per fedeltà e brio. Un poeta locale cantava:

O Rivara, ognor felice ………………………. E per tanti personaggi, Che in te aprir le luci al giorno, Il cui cuor fu sempre adorno D'ogni specie di virtù.

E poneva in nota che in Rivara furono in tutti i tempi laureali in ogni facoltà, RR impiegati molti ed un senatore, quantunque mediocre sempre sia stato il numero della popolazione.

Nel 1862 l'anagrafe presentò 1,629 abitanti, di cui 785 maschi, 844 femmine, celibi 489 e 478 nubili, coniugati 251 e coniugate 264, vedovi 45, vedove 102, formanti 374 -famiglie, che abitavano 196 case, lasciandone 21 vuote. Nell'ultimo censimento si verificarono 1.700 abitanti. Gli elettori politici nel 1865 erano 56, gli amministrativi 285; oggidì sono 103 i primi e 365 i secondi. Seguendo l'ordine alfabetico, nel discorrere delle famiglie più distinte, comincerò con quella Beltrami, orionda di Rivarolo, rappresentata molto degnamente dal dottore Giuseppe, laureato in medicina e chirur-gia nel 1831 e 5, dopo aver vinto pensione gratuita nel Collegio delle Provincie, e fu poi capo allievo all'Ospedale di S. Giovanni. Esercì a Pont Canavese, per una trentina d'anni, attendendo nello stesso tempo alla grandiosa manifattura da cotone qual condirettore per 15 anni. Ebbe colà le più lusinghiere dimostrazioni di stima e considerazione; fu sindaco e provveditore agli studi del mandamento, consigliere della Divisione d'Ivrea fino alla soppressione della stessa, poi provinciale a Torino. Ritornato in patria nel 1867, tosto veniva eletto sindaco con vantaggio del suo paese, e sovraintendente alle scuole di Rivara con molta utilità dell'istruzione locale. Nel 1833 fece parte degli affiliati alla Giovine Italia, od almeno ne favoreggiò assai gli stessi, fra cui l'avv. Scovazzi, ora bibliotecario alla Camera dei Deputati, il quale, fuggiasco, fu da lui ricettato nella propria camera, e poscia sotto i propri abiti lo mise in salvo presso il canonico Riberi, fratello dei celebre chirurgo. Pochi giorni dopo, travestito da chierico lo Scovazzi fu accompagnato a S. Salvario, ove Pier Dionigi Pinelli lo condusse vicino a Cavour e di là, mutata la veste chiericale in quella di pecoraio, poté, seguendo un pastore, salvarsi in Francia. Al dottor Beltrami ed al suo signor figlio devo ringraziamenti per più schiarimenti e notizie di Rivara, favoritemi a mia domanda. La famiglia Bersano è rappresentata dal cavaliere dei Ss. M. e L.. Francesco, ispettore demaniale in Genova, ottimo funzionario. Ebbe essa vari notai e persone di condizione civile, che giovarono al comune qual credenzieri, o segretari della Giudicatura del comune. Dalla frazione Crosaroglio uscì la famiglia Bertino con un Giovanni, che fu poi aiutante maggiore di piazza in Ivrea, e quivi aveva un figlio pure nominato Giovanni. Questi, arruolatosi volontario nel Reggimento Saluzzo, passò poi al 111º linea Francese. Combatté sui campi di Austerlitz e di Jena, toccando gravi ferite, per le quali fu posto in ritiro coi grado di sottotenente, e poscia decorato dell'Aquila d'argento della Legion d'onore, con pensione di L. 667, più L. 250 sulla decorazione. La consegna della stessa ebbe luogo al 23 Aprile 1809 in Ivrea, e fecesi una vera festa. Le Autorità militari e civili, i veterani tutti furono invitati e vi si trovarono. Il prefetto Jubè, prima di decorare il Bertino, fece un discorso molto lusinghiero pel decorando, e poscia fra gli evviva a Napoleone e le fanfare di una musica di dilettanti, gli attaccò l'Aquila d'argento. Il decorato prendeva la parola così: - Chers camarades, jeunes-gens de mon pavs, Obéissez aux lois; servez volontiers, soyez bons soldats. Dans le cours de ma carriére j'ai souffert, mais la bonne volonté avec la quelle je servais, a rendu mes souffrances tres-douces. Croyez-moi, jeunee-gens, rien n'est plus doux, ni plus satisfaisant que les récompeuses qua l'on recoit des services rendus à sa patrie. Sachez que toutes les fatigues et toutes les souffrances inséparables de la vie militaire, sont autant de roses semées sur la route de notre carrière, lors qu'elles sont accompagnées de la bonne volonté et que l'on a pour but son devoir, l'amour du souverain et celuj de la patrie. Vive l'empereur Napoleon le Grand! - Ho riportato questo discorso, poiché mostra la leale indole del Bertino. La resta finì con un pranzo offerto al decorato, cui parteciparono tutte la autorità ed i commilitoni suddetti e madanria Jubè, seguito da ballo (25). Il Bertino nei 1811 era nominato esattore a Montanaro e tenne tal impiego fino al 1827, in cui, a sua domanda, fu esonerato coi titolo onorifico di tesoriere. Nell'anno dopo fu eletto sindaco, e due anni appresso confermato per altro biennio; ma dopo qualche mese rinunziò. Fu pure ufficiale rassegnatore, capitano delle R. caccie e morì nel 1843 in Montanaro. Lasciò un figlio, il sig. Giovanni Battista, ingegnere capitano nel Genio militare, decorato della medaglia d'argento al valor militare, degno figlio in valore a suo padre. I Berrualto già ebbero laureati e persone di condizione civile, fra cui nel principio di questo secolo un medico militare ed un geometra. La famiglia Bertoldo pare che da Valperga, fin dal secolo xvi, si portasse in Forno, donde un ramo nel principio del presente secolo venne a Rivara. Il notaio Giuseppe, segretario di Rivara, Forno, Pratiglione e Camagna, acquistossi nella corta carriera mortale grande stima. Era in fatto un uomo probo, onesto, disinteressato, liberale, che aveva preso anche parte ai fatti politici del 1833. Morto nel 1860, per sottoscrizione pubblica gli fu eretto un piccolo monumento marmoreo nel cimitero. Il medico Giovanni, dopo lunga dimora in Rivara, portossi a Torino, onde compiere l'ultima educazione della sua briosa famiglia, cui fu egli stesso valente istitutore; ed ora con grande contentezza la vede seguire le orme dei zii materni deputato, avvocato, ingegnere e medico Massa, poiché uno è già avvocato, altro ingegnere, altro uffiziale nel Genio militare, ecc, Vive pure in Torino il medico Carlo, assistente all'Ospedale di S Giovanni con fratelli studenti, che promettono assai. Il loro zio è prevosto di Pertusio, laureato in teologia, e fu rettore e prefetto degli studi nel collegio di Cuorgnè dal 1840 al 1848; persona erudita, verseggiatore. I Borelli sono antica famiglia di Rivara, che ebbe più laureati e militari distinti; dei primi accennerà Gian Maria laureato in medicina e chirurgia nel 1817, decorato poi della croce di cav. dei Ss. M. e L. e morto in Asti, ove era chirurgo dello stabilimento militare; Giuseppe, che fu commissario d'artiglieria, ufficiale contabile in Crimea, fregiato di medaglie onorifiche. Giubilato venne in patria e fu nominato consigliere comunale e funzionò anche qual sindaco; Pece prosperare la Congreg. di Carità qual membro attivo di tale sodalizio e segretario benemerito. Curò qual privato l'educazione dei nipoti, figli dei causidica Domenico, suo fratello, i quali sono cav. Giorgio già medico di Reggimento di 1a classe all'Ospedale di Brescia, insignito della croce di cavaliere dei Ss. M. e L.. ora a riposo in patria; il capitano Giuseppe, ora giubilato in patria; altro Giorgio, pure capitano giubilato in Genova; un quarto sig. Gian Maria geometra, aiutante contabile di 2a classe alle Sussistenze Militari ed altro sig. Paolo, tenente di Cavalleria a Pisa. Dei Bruno di Rivara fuvvi un D. Cesare direttore spirituale nel Collegio dei nobili per molti anni, il quale dopo tenne in patria un piccolo istituto pel corso ginnasiale, ed ebbe in esso vari nobili giovani, fra cui due Balbo. Il Don Cesare mostrava nel suo trattare un'educazione squisitissima, per la quale molto era pregiato dalla nobiltà, che volentieri confidavagli la prole ad educarsi. È vivente il nipote, signor Guglielmo, unico notaio di Rivara, Venne a portare il domicilio nel borgo il cavaliere Agostino Bruno, geometra, giubilato tenente colonnello nel Genio militare, con la croce di cavaliere dei Ss. Maurizio e Lazzaro. Un padre Giuseppe Maria Carmine, mastro francescano di Rivara nell'anno 1659, da segretario assistente alla provincia, passò reggente nel collegio di Praga, poi a Gratz, e mori a Portocomaro, Veneto, a dì 31 8.bre 1670 (26). Le famiglie Cavallo e Cavalli, che forse in origine formavano una sola, in seguito si divisero affatto. La prima acquistò nobiltà per opera del Leonardo, che fu senatore, ed era stato prefetto di Alba, Casale, Vercelli, Ivrea e Mondovì, morendo poi nel 1792 (27). Era figlio dell'avv. Pietro Antonio; morì celibe ed ebbe un fratello religioso di somma pietà. Lorenzo Giacinto erasi laureato in leggi nel 1725. Questo ramo, che ebbe pure altri laureati, si estinse, come notossi, parlando della iscrizioni sepolcrali nella chiesa. Vivo la vedova dell'ultimo rampollo, passata a nozze col Conte avvocato Sillano Casimiro, cavaliere dei Ss. M. e L., capo divisione onorario del Ministero di Grazia, Giustizia e Culti, i quali coniugi vengono sempre a villeggiare a Rivara, di cui il signor conte fu operosissimo sindaco. Dei Cavalli pare che fosse un medico Domenico laurealo nel 1743, e furono di tal famiglia i medici Cesare e Paolo Morizio, e poi il Felice Fedele, laureato nel 1783 in leggi, che fu poi giudice a Barge, Vigone, Rivarolo, patrocinante rinomato a Cuorgnè; e vi furono farmacisti, di cui uno vivente, affigliato nel 1833 ai giovani liberali, e vi sono un impiegato al Ministero delle Finanze ed un sacerdote, Don. Felice, oratore distinto e verseggiatore. Dei Colli di Rivara non mancarono laureati, fra cui Filiberto in medicina nel 1732. Pietro Giacomo ufficiale di sanità nel 1806, poscia notaio, infine percettore a Cuorgnè ed incaricato di altre funzioni finanziarie, attese anche alla letteratura e pubblicò qualche poesia d'occasione. Lasciò un figlio sacerdote, vice direttore delta Basilica dell'Ordine Mauriziano, che ha fama di buon oratore sacro e profano. Abbiamo veduto che fin dal secolo XIII i Gay fossero famiglia potente, contro cui il marchese Monferrino prometteva difendere i conti di Rivara; i Gay paiono essere i Gays di oggidì, che ancora nei secolo XV costituivano una Famiglia ragguardevolissima in parentado coi Beccutis di Forno. La famiglia Gays si diramò assai, dando specialmente sacerdoti e notai in tutti i tempi; i primi, per la relazione coi Beccutis, avevano facilmente il canonicato. In fatto, a dì 28 9bre 1499, D. Giovanni Beccutis, arciprete canonico eporediese, ecc, erigeva un canonicato in Ivrea, cui univa la parrocchia di S. Faustino di Priacco, lasciando il diritto di nomina a tre suoi fratelli ed al nobile Pietro Gays di Rivara, altro fratello uterino. Nel 1545 per rassegna del canonico Bartolomeo de Beccutís subentrava D. Giacomo Gays, e nel 1668 il Vescovo dichiarava il patronato della chiesa di Priacco alla famiglia Gay, come fu poi sempre in seguito (28). Carlo Giuseppe Gays acquistò dalle Finanze l'ufficio di segretario insinuatore di Rivara per patente dei 18 aprile 1694; e comprava pure consimile ufficio in Foglizzo. Il figlio suo, Bernardino, ebbe le cariche paterne, e poi fu alfiere in una compagnia del Reggimento Vercelli, per decreto dei 22 febbraio 1734. Un medico Giuseppe, vivente nel 1660, lasciò manoscritti di fisica; un D. Giovanni Antonio era nominato pievano di Rivara, ed abbiamo veduto pure altro aver tale nomina. Un Pietro Paolo laureavasi in giurisprudenza nel 1747, fu giudice di vari mandamenti; ritiratosi nel 1794 in patria, patrocinò e fu maire per lunghi anni; persona di sentimenti liberali ebbe a contrastare con i nobili ed i preti. D. Giulio Cesare morì nel 1782, canonico a Ivrea. Il teologo Pietro Giovanni fece ampliare il presbiterio della parrocchia di Priacco, pubblicò una sua concione, intitolata Oratio accademica habitu in visitatione pastorali Illustrissimi et Reverendissimi D. D. Francisci Lucernae Rorenghi de Rorà, etc. Taurini 1767. Uomo dotto e valente oratore ebbe pensione da S. M. per aver predicato nella R. cappella; morì a Priacco. Il canonico Giacomo Ilarione morì nel 1833; di lui si hanno largizioni al luogo Priacco; fu caldo partigiano dei Francesi, dei cui Governo approfittò per affrancare il canonicato vendendone i possessi, pel che assai di poi litigossi indarno (29). Eugenio Gays, insinuatore in patria, morto nel 1797, ebbe da Margherita Merla 16 nati, di cui a decesso del padre erano ancora viventi i seguenti: Giacomo Maria, laureato in teologia, fu professore di filosofia nel Seminario di Torino, poscia di teologia in quello d'Ivrea, nel 1806 segretario di monsignor Grimaldi, vescovo eporediese, esaminatore e giudice sinodale. Per concorso ebbe l'arcipretura di S Giorgio, passò quindi canonico arciprete della Basilica metropolitana di Vercelli, ove ebbe pure varie cariche di benificenza; fu rettore dei Seminario, arcidiacono, oratore dei Sinodo, ecc. Fu un dotto personaggio in corrispondenza con Carlo Botta e vari insigni uomini; era conosciuto personalmente da Pio VII e Gregorio XVI. Promosse a Vercelli l'insegnamento dei prolegomeni teologici; di lui andò alla stampa: Istruzione pratica utile sia per la retta amministrazione del Sacramento dei Battesimo, sia perché si conferisca a quanti maggiormente si possa, compilata per le madri e per le persone. che sono destinate ad assistere ordinariamente ai parti, a modo di dialogo a più facile intelligenza e vantaggio, debitamente approvata. Vercelli, tipografia De Gaudenzi 1853. Il Vescovo, approvando questo lavoro, pubblicato senza nome di autore, scriveva << Abbiamo ammirata l'erudizione e lo zelo dell'esimio autore.>>. In fine vi è il giudizio dei dottore Varalda, professore di ostetricia dell'Ospedale di Vercelli, che dichiara il libro conforme alla scienza. Il soggetto è trattato con molta riservatezza; il libro non era vendibile, soltanto regalato. Valente oratore il Gays ebbe l'incarico delicatissimo dei discorsi, ordinati da Napoleone I nelle note occasioni; delle stia orazioni andò alla luce una latina, pronunziata nei Sinodo vercellese dei 7 giugno 1842. Mecenate degli studiosi fu l'arcidiacono Gays: si trovano libri a lui dedicati da riconoscenti. Fu caritatevolissimo e varie sue benificenze già notammo altrove per quanto a Rivara, a cui devono aggiungersi L. 500 lasciate a S. Eusebio di Vercelli, altrettante alla Congregazione di carità di S. Giorgio, concorse a formare un benefizio in Busano, ecc. Morì nel gennaio 1865 d'anni 88, insignito delle equestri insegne di cavaliere dei Ss. M. e L.. lasciando grande buona fama di sé; varie necrologie vennero alla luce in suo onore, notandosi in special modo la cortesia, modestia, semplicità di costumi, profondità di studi sacri, facilità di eloquio, acuto ingegno, ed essere stato oculatissimo ed integro nelle molte cariche sostenute (30). Ignazio Benedetto, insinuatore di Rivara, soppresse tale ufficio dal Governo francese, fu nominato esattore delle contribuzioni del cantone di Vistrorio, con conferma dal Governo Sabaudo. Per riavere l'insinuazione dovette ricominciare da volontario, passando in vari uffici, quindi nominato a Giaveno, e finalmente nel 1830 a Rivara. Giubilato nei 1835, fu sindaco in patria fino alla sua morte avvenuta nel 1844, lasciando tre figlie passato nelle famiglie Cavalli, Cigolini e Gabbia. Pietro Luigi, medico a Torino, poscia a Rivara, ove tu per 20 anni sindaco e delegato scolastico e mandamentale per le strade, presidente della Filarmonica, medico ordinario della R. Accademia militare quando in Rivara. Persona caritatevole, assai amante della patria, la giovò molto qual sindaco, portandovi vari abbellimenti specialmente pel Borgonuovo. Morì nel 1854, non lasciando prole. Erasi laureato nel 1809, trattando nella tesi - De vino, dissertatio chemico-medica, che fu dedicata al Jubè, prefetto di Ivrea (31). Dei quarto fratello, vivente, parleremo in ultimo, ora veniamo al quinto, PIacido, che' fu prete, bacelliere in belle lettere, segretario di monsignor Gianotti; morì nel 1857. Dopo vengono due gemelli, di cui il secondo nato, Giacinto Costantino, fu causidico, quindi segretario tesoriere dei Manicomio, morendo giovane nel 1843. Carlo Luigi fu pure sacerdote, canonico a Vercelli, segretario arcivescovile per 22 anni, cameriere d'onore di S. Sepolcro, notaio apostolico, direttore generale delle Opere pie vercellesi ecc., insignito della decorazione di cavaliere di S. Sepolcro. Lasciò il seguente manoscritto: Breve ragguaglio di ceremoniali praticati nella elezione al vescovado di Vercelli, translazione all'arcivescovado di Torino, solenne ingresso in questa metropoli e promozione alla sacra porpora dell'Em.o e Rev.o signor cardinale Costa di Arignano, ecc. Di tutta questa patriarcale famiglia, che il Cibrario (32) qualificò cospicua per onori meritatie e per nobili parentadi, ammirabile pell'unione dei detti fratelli, frutto questa della buona educazione materna, resta il quartogenito vivente, cioè il cav. Paolo Francesco, nato nel 1790. Cominciò la sua carriera burocratica nel 1807, entrando nella Prefettura della Dora, e fu distaccato due anni dopo dal Jubè per inviarlo nella valle di Brosso qual segretario di quattro maires. Nel 1812 fu dei sei, che nel dipartimento erano approvati traduttori giurati di lingua francese; due anni appresso passò nell'amministrazione dei Demanio, surrogando quindi il ricevidore di Castellamonte. Nell'agosto 1816 era nominato ispettore provvisorio della provincia d'Ivrea ed Aosta, poscia della 2a Divisione di Torino; poi, a sua domanda, nominato insinuatore a Rivara, trasportato nel 1821 a Torino, nel 1825 insinuatore e conservatore delle ipoteche ad Oneglia. Sempre progredendo nell'onorario trovossi allora con L. 4.000; passò quindi a Vercelli, ad Alessandria e nel 1848 ad Ivrea qual direttore demaniale, nel 1851 insinuatore a Torino, decorato nell'anno dopo della croce dei Ss. M. e L. Nel 1856, dopo 45 anni di servizio, veniva messo a riposo con pensione intera, più L. 500 sulla decorazione, la quale nel 1864 veniva alzata al grado di ufficiale dei Ss. M. e L., con aggiunta di altre L. 500 di pensione. In patria fu sindaco per 7 anni e più, sempre 1° membro della Giunta, presidente della Congregazione di Carità, presidente dei Comitato di statistica e dell'Accademia filarmonica. Come nella carriera burocratica dimostrò sempre una commendevole intelligenza e grande attività, che gli procurarono molti buoni attestati dà suoi superiori, le medesime doti spiega nelle cariche, che sostiene tuttora in patria. Ebbe l'amicizia del Filli sangiorgiese e di molte persone distinte, ad esempio il prefetto Jubè; in sua casa ebbero ospitalità personaggi celebri, fra cui il Cibrario. Persona proba concorse col fratello arcidiacono in vari più Iegati. Oltre ottuagenario vive ora in patria con nobile consorte e prole. godendo molta stima. Ebbi da lui un'infinità di documenti pel mio lavoro sul Canavese, e trovai in sua casa altrettanti libri, opuscoli interessanti, che molto mi giovarono e gioveranno. I Gays erano una volta numerosi in Rivara, ora, oltre il ramo suddetto, ve ne sono solamente più due, rappresentati soltanto da un individuo per ciascuno: maestro ed impiegato telegrafico. La famiglia Galletti, venuta da S. Giorgio, portò pure onore a Rivara. Il cav. Maurizio Galletti, chimico farmacista, saggiatore in capo all'ufficio dei Marchio pel circondario di Genova, socio corrispondente della Società di farmacia e di quella filotecnica di Torino, pubblicava negli Atti dell'Accademia di Scienze di Torino, anno 1864, T. 23, serie Il, la seguente memoria: Determinazione volumetrica dello zinco, contenuto nei suoi minerali, mediante una soluzione normale di ferro cianuro di potassio. Essa fu tradotta in francese e ristampata nel 1865 a Liége. È un ottimo frutto di sue esperienze chimiche. Già nei 1856 aveva presentato a detta Accademia la seguente Memoria: Applicazione del ferro cianuro di potassio alla determinazione del rame, contenuto ne suoi minerali mediante il saggio a volumi, che era pure un saggio ottimo della sua pratica nelle cose chimiche. Di più egli è autore delle seguenti Memorie: Modificazioni a metodi di determinazioni volumetriche del rame e dello zinco, contenuti nei minerali, mediante una soluzione normale di ferro cianuro di potassio. 2a Edizione Genova, Tip Mambilla 1869. Questo lavoro fu tradotto in un giornale tedesco. Modo semplice di espellere l'acido cloridrico dall'acido nitrico concentrato dei commercio seguito da osservazioni pratiche sulla distillazione del medesimo. Genova. Tip. Sordi e Muti 1868. Egli ebbe nel 1859 special missione dal Governo in Francia e nel Belgio per istudi sulla fabbricazione delle monete; nel 1866 aveva la croce dei Ss..M. e L. e nel 1869, a sua domanda, era collocato a riposo. Il fratello sig. Domenico, geometra, commissario nel Genio militare, giubilato vive in Rivara, padre di un unico figlio avvocato e notaio, segretario d'intendenza di Finanze. Le famiglie Gherra, Grassa ebbero curanti sanitari, notai; la seconda ha ora un maggiore di Fanteria in ritiro, cav. Giacomo, decorato delle equestri insegne Mauriziane, figlio dei notaio, vice giudice, signor Carlo, defunto. La famiglia Merla abbiamo veduto ben antica in Rivara; fu delle distinte e contrasse parentadi con le principali della borghesia canavesana. Di padre in figlio la carica di notaio passò, ad esempio Giuseppe Francesco vivente nel 1600, Pietro Giovanni nel principio dei 1700, Francesco Ignazio luogotenente potestà di Rivara, potestà di Oglianico, di Favria, poscia procuratore collegiato a Torino, ove morì nel 1761; Carlo Giacomo impiegato al Demanio, notaio, segretario di Caselle, morto nel 1830; Ignazio Domenico notaio, R. insinuatore, conservatore delle R. Gabelle, capitano delle R. milizie urbane di Torino, comandante un battaglione di militi canavesani sotto il Governo francese, notaio segretario dei comune di Rivara, da cui ebbe incarico di portarsi a Torino a complimentare S. M. Vittorio Emanuele I per il ritorno né suoi Stati, e ne fu ben accolto. Egli fu generoso, molto stimato, morto nel 1864; padre di Don Carlo, maestro per 25 anni; di Gian Andrea, vivente, tesoriere all'ospedale maggiore di S. Giovanni Battista e città di Torino, ammogliato con prole, e dei D. Pietro Antonio, che merita ben essere conosciuto fra i benemeriti dell'umanità. Egli fu professore di latino patentato, poi R. cappellano delle carceri delle Forzate. In queste funzioni concepì l'idea di fondare uno stabilimento, che ricoverasse quelle donne, le quali uscite di carcere volessero vivere ravvedute, lavorando. Il canonico Galetti, ora vescovo d'Alba, commendò l'idea, molte pie persone fra cui la marchesi Barolo, il banchiere Cotta cavaliere Gran Antonio, diedero il loro, valente appoggio al D. Merla, che in breve poté raccogliere grandi somme; da usa solo, anonimo, ebbe L. 95.000. Fondò in principio una modesta casa sotto il titolo di San Pietro apostolo, poscia fu comprato l'edifizio, ove ora trovasi l'istituto in borgo S. Donato. Alla morte del Don Merla, avvenuta nel 1855, gli fu fatto un busto marmoreo, che sta nello stabilimento da lui fondato ed ora fiorente sotto la direzione dei cav. D. Vola. Una necrologia dice del D. Merla così: Le fatiche superiori alle sue forze e il cruccio interno di non poter fare tutto ciò che il suo ardente zelo gli dettava in cuore, consumarono in breve tempo quella vita che pure pareggia per le buone opere moltissimi anni. In fatto, moriva nella verde età di 40 anni, dopo due anni della fondazione dello istituto; modestissimo egli procurava di tenere sempre nascoste le sue opere di beneficenza, che furono molte (33). I Morruto, altra casa antica di Rivara, ora estinta, ebbe molti notai, di cui Francesco Bernardino era podestà di Rivara nel 1616. Abbiamo veduto come Carlo Morruto nel 1610 fondasse una cappella ed instituisse di più un benefizio. Dei Mussatto vi furono laureati e notai, preti; famiglia antica di Rivara. Va accennato l'ingegnere Bartolomeo Musso, capitano nel Genio, morto nel giugno 1863 a Caserta in età di 29 anni, decorato della medaglia d'argento al valor militare. Aveva principiato carriera militare qual soldato volontario di Artiglieria presto fa stimato da superiori, rispettato da suoi dipendenti, ed amato da tutti, essendo uno studiosissimo, integerrimo e zelante cittadino, come notano vari cenni necrologici di giornali. All'assedio di Gaeta, qual luogotenente nel Genio per sapere e coraggio dimostrato erasi meritato la medaglia suddetta (34). Ebbe a sostener due duelli a cagione de' suoi vivi sentimenti di giustizia. Il Municipio di Rivara decretava nel 1863 un ufficio funebre, a cui intervenivano il corpo municipale, le autorità giudiziarie, amministrative, la scolaresca e numeroso popolo. In tale funzione funerea si compresero pure i rivaresi, caduti militando per le patrie battaglie dell'indipendenza, cioè Borelli, Pallia, Macchia, Marietti, Chiaraboglio, Caset-Brach, Dugone e Rolle, pei quali il dottore Bertoldi dettava bella iscrizione. L'ottima educazione del Musso era dovuta al professore Don Bartolomeo vivente in Torino, qual direttore, maestro elementare di grado superiore, nelle scuole della città, che continua a tirare su, come dicesi, altri tre nipoti, di cui uno già geometra. Il D. Musso è autore di qualche operetta popolare scolastica e di un nuovo sistema di scrittura, il cui guadagno dedicò tutto a favore dei maestri poveri. Casa Obert o Oberti ebbe per stipite ricordato un Antonio Bernardo, nato nel 1668; valente giurisperito, che fu auditore presso la R. Camera de' Conti; ebbe tre figli tutti laureati in leggi, uno giudice a Rivarolo. L'armata Napoleonica ebbe un prode ufficiale superiore nel signor Domenico, figlio dell'avv. Gian Paolo, morto combattendo valorosamente alla battaglia di Fecan. Bernardo tu Gerolamo era maire nel 1812, presidente per due volte dell'Assemblea cantonale di Rivara, nel 1815 lasciava orfani i seguenti cinque figli, che presero parte, chi ai fatti del 1821, chi a quelli dei 1833. Carlo, primogenito, nel 1821 fece parte del corpo degli studenti, ed ebbe una coscia perforata da un colpo di baionetta dai soldati, entrati di viva forza nella Università. Dovette in seguito emigrare in Svizzera fino all'accordata amnistia. Fu segretario per 28 anni dei senatore Gatino, e poscia del genero commend. Riccardi di Netro. Morì nel 1862 celibe a Villafranca Saluzzo, ove il prelodato commendatore gli fece porre una lapide marmorea commemorativa. Il secondogenito, signor Vittorio, dottore in medicina e chirurgia, fece nel 1833 parte del comitato rivoluzionario in compagnia dei compianto avv. Caisotti, del vivente avv. G. B. Scovazzi, bibliotecario alla Camera de' Deputati, degli avvocati Allegra, Cariolo, Azari, del signor Ducco e di altri. Fu I'Oberto arrestato a Torino e accompagnato da 16 guardie, condotto ammanettato nelle carceri del Palazzo di Madama, in cui restò dal 13 maggio 1833 al fine di luglio dell'anno seguente. Rilasciato dopo tal tempo in libertà, gli fu prescritto per due anni di stare lungi dalla capitale. Venne poi in Rivara con la salute rovinata, e vi restò, qual medico condotto fina al 1848. Dichiaratasi guerra all'Austria, partì coi fratello, farmacista Giuseppe, e molti giovanotti per fare volontariamente la campagna, Egli non fu accettato per la mancanza di salute. In fatto, pochi giorni dopo, in patria moriva celibe col nome di Italia sulle labbra, dopo aver incitato tutti coloro, che l'avvicinavano, di accorrere a redimere la patria. Il terzogenito, avv. Giovanni, fu arrestato pochi giorni dopo il fratello suddetto, poiché erasi scoperto che egli cercava di affigliare dei militari alla rivoluzione. L'arresto accadde appena dopo aver lasciato il Gioberti e lo Scovazzi al Caffè Livorno. Mentre usciva dall'Università, ove era entrato per deludere una spia, che seguivalo, incontrò il commissario Gaj in via della Zecca con due poliziotti, il quale, gentilmente offertogli il braccio, lo condusse al Palazzo Madama, donde alla Cittadella, ove stette per 14 mesi. Qualche sua poesia d'occasione pubblicata lo mostra buon verseggiatore. Morì nel 1861 lasciando sei figli ad una figlia. Il quartogenito, sig. Paolo, notaio e Valperga, nutrì non meno sentimenti liberali dei fratelli; ma la morte avanti tempo lo toglieva nel 1817 d'anni 28. celibe. L'ultimo, sig. Giuseppe, è farmacista a Forno di Rivara, unico superstite dei fratelli. Nel 1837, trovandosi in Svizzera, prestava amorevole cure al chiarissimo teologo Pallia negli ultimi giorni di vita. Ritornò in Italia nel 1848, e dopo avere, qual bersagliere volontario, preso parte a tutti i fatti guerreschi, fino all'armistizio di Salasco, ritornò in Rivara, e dia qui a Forno, ove è ammogliato con prole. Non esiste più alcuno in Rivara degli Oberti, famiglia che per amore all'Italia ben meritava essere qui ricordata. Per essa specialmente e per lo Scovazzi, legato in amicizia con i fratelli Obert, il Canavese, come nel 1821 era stato il centro della risoluzione, fu pure così nel 1833; e Rivara ne formava proprio il nucleo. Vi abbondarono gli affigliati alla Giovane Italia, e per tutti i dintorni ve ne erano. Lo Scovazzi doveva guidare a Torino una colonna di popolani, specialmente raccolti a Forno di Rivara e nelle montagne vicino, altri dovevano far altrettanto altrove; ma è noto come tutto poi sia andato in fumo e condanne a morte toccassero i promotori della rivoluzione. Mazzini lasciò scritto su quest'ultima rivoluzione: "In Piemonte il lavoro procedeva più lento, nondimeno le nostre fila toccavano tutti i punti importanti e si stendevano fino alle terre, popolate d'arditi uomini, del Canavese" nominando specialmente Mautino Massimo ed un ex militare Panietti d'Ivrea. Dei figli dell'avv. Giovanni Obert, passati in Cuorgnè, il primogenito andò a Buenos Ayres in cerca di miglior fortuna, il secondo è già avvocato e gli altri percorrono gli studi, promettendo assai. La famiglia Ogliani è tradizione che venisse in Rivara da Oglianico, anzi prima del Governo francese il cognome scrivevasi Oglianico, come trovo scritto nel 1748 un Giuseppe Oglianico, guardaroba di S. M; nel 1758 Pietro mercante di moda con negozio a Torino, ecc. Degli Ogliani uscirono un venerabile sacerdote, un valente architetto, ed ora la famiglia è rappresentata dal doviziosissimo banchiere cav. Carlo e dal fratello signor Costanzo, causidico pensionato. Il canale, che percorre la strada maestra, fu ideato ed eseguito, ora sarà mezzo secolo, sotto la sorveglianza dei loro padre, sig. Pietro, ed è un'opera di molta utilità al borgo. Il zio architetto, signor Giuseppe, accennato, lasciò gran fama di sè, essendo forse il primo o de' primi che scrissero sulla resistenza del legno in Piemonte. Sotto la sua direzione si costrusse il Teatro Sutera, ora Rossini, a Torino, formato intieramente a mattoni e sassi senza travatura; per lo che dovette superare non poche difficoltà. onde riuscire l'edifizio, da molti riputato assai dubbio, per avere l'autorità superiore proibito di fare uso di travi sul timore di incendi. Un'elegante cappella, di cui si farà parola in Levone ove trovasi, è pure sorta sul disegno dell'Ogliani. Al signor Carlo banchiere sono dovuti grandi abbellimenti dei borgo, poiché fece costrurre una vaghissima palazzina, attorniata da bellissimo giardino, ed ora ne porta ben maggiori al castello, dando lavoro non poco a braccianti ed artieri rivaresi. Fu sindaco e presidente della Congregazione di carità, ed abbiamo notato come abbia regalato la casa Pallia al comune per uso delle scuole. Recentemente S. M., a proposta dei Ministero dell'Istruzione Pubblica, lo insigniva delle equestri insegne di cavaliere della Corona d'Italia. Mecenate degli artisti la sua villa è un emporio di oggetti d'arte, per lo più di giovani artisti da lui incoraggiati. Il signor Carlo è vedovo con giovani figlie, il fratello non ha prole, così la famiglia Ogliani può estinguersi; ma in qualunque caso lascia di sé in Rivara incancellabili ricordi, tanto per i suddetti edifizi, quanto per le opere di beneficenza. Si è veduto come il cognome Pallia fosse frequente in Rivara, da potersi arguire che varie furono le famiglie, così cognominate. Nel 1751 risulta morto il capitano Gian Guglielmo. Cario Pallia fu medico di molta dottrina e di grande ingegno, membro della Società di agricoltura, arti e commercio d'Ivrea. Egli dimorò in patria e dalla sua consorte Lodovica Molinatti d'Ivrea, già vedova dei medico Morelli di Tavagnasco, la quale Gioberti qualifica per venerabile da ogni parte, ebbe a dì 2 marzo 1809 Paolo, che fu poi il famoso patriota, teologo ed avvocato. Fece i primi studi sotto il prof. D. Castagneris di Vauda di Front, notissimo per aver avuto non pochi scolari, che poscia assai si distinsero. All'età di 12 anni passava all'Università, ai 17 laureavasi in teologia con plauso, a dì 16 giugno 1826, trattando: De fide, spe et charitate - De actìbus humanis et de consientia, e nello stesso tempo aveva studiato l'ebraico, il sirio, il caldaico e l'arabo. A cagione della giovane età, non poteva esser ordinato e fa consigliato dall'amico Gioberti a fare il ripetitore di filosofia. Accusato d'idee non consentanee a suoi tempi, dovette ripararsi a Rivara, ove fece il maestro di scuola per due anni, dopo ritornò a Torino, ove si addottorò in leggi. Per il primo ingresso della R. Militare Accademia in Rivara, nel 7.bre 1832, egli scriveva una bella ode, che fu pubblicata con altre poesie di rivaresi, il cui opuscolo fu dedicato a Cesare di Saluzzo. Nel maggio 1833 si compromise e tosto fu perseguitato dalla polizia, come uno dei più pericolosi membri della Giovine Italia, avendo dettato per essa: Pensieri d'un Teologo italiano. Dovè tenersi nascosto nelle montagne della valle di Montalto e per evadere la persecuzione, dovè prendere vari travestimenti, fra cui quello di donna. A Quassolo l'Allera ed il vivente Violetta notaio, a Tavagnasco il vivente cav. Morelli ed a Carema D. Lusso, mi si dice, gli facilitavano il rifugio. Era già per natura delicatissimo, e per ciò tale vita randage lo fece cadere infermo, per cui dovè essere salassato cinque volte. Il Don Lusso ed il Morelli l'accompagnarono fino a Sordevolo passando per Nomaglio, Andrate e Graglia. Il signor Giacomo Vercellone, zio del vivente Giov. Battista notissimo industriale, avvisato, venne incontro al Pallia ed ai due compagni, e li consigliò a fare visita al parroco nello scopo di deludere i carabinieri. Questo era il teologo D. Felice Uglione di Ronco, il quale venne a riconoscere nel Pallia un compagno di studi, e per ciò fecegli grande accoglienza, e poscia il Vercellone l'accompagnava fino ai confini, entrando in Svizzera. La madre, intanto sapendolo fuggiasco, diventò paralitica parziale e più non ne guarì. Nel 1834, fece parte del tentativo rivoluzionario, portato in Savoia con lo Scovazzi, Bianco di S. Giorio da Barbania, Fontana Rava da Vico, Clara Pompeo da Lombardore, ecc, ecc.; riuscito vano, dovè ripararsi a Losanna, poi a Bex, ove vessato, portossi a Parigi. Colà insegnando il latino e lavorando per tipografi, campava -alla meglio; rivedeva specialmente la pubblicazione delle opere di S. Agostino e di S. Giovanni Crisostomo, che si stavano stampando. Tradusse Le Parole d'un credente di Lamennais in italiano, e poi ne mandò copie allo Scovazzi nella Svizzera, affinché le facesse penetrare nel Piemonte. Questi, a mezzo del signor Martinet, le sparse poi per la valle di Aosta. Lesse varie memorie e tenne vari discorsi nella Società Asiatica, di cui fu nominato membro; pubblicò nel Giornale Italiano, allora fondato, la sua prima memoria sulle traduzioni di Aristotile. Ebbe l'amicizia dei più, celebri orientalisti, e Victor Cousin lo invitò a scrivere qualche memoria, che egli s'incaricava di leggere all'Istituto di Francia. Il Pallia gli rimise una Dissertazione intorno alla filosofia di Algazali, che fu accolta con plauso; ancora oggidì è assai pregiato tale studio dai cultori della storia filosofica degli Arabi. Tradusse in versi il poema arabico Lainiyat Al Arab di Scianfar, la qual traduzione de Sacy e Letrome trovarono conforme al testo e molto ben condotta; Carlo Botta ne lodò la purgatezza dello stile e la forza dei verso sciolto, Tommaseo abbracciò nel compagno d'infortunio l'amico delle lettere. Detta traduzione, pubblicata a Parigi nel Giornale Italiano, reco sempre più conoscere quanto l'Italia potesse aspettarsi dall'ingegno e dalla vastissima dottrina dei Pallia (35). I suoi manoscritti, passati alle sorelle, andarono dispersi; alcuni frammenti, salvati dalle cesoie delle stesse, poichè ne usarono a far modelli di vesti, mi furono comunicati gentilmente dal cav. Francesco Bersano, ispettore demaniale a Genova. Essi sono squarci di traduzione in prosa italiana, ad esempio della VI Egloga di Virgilio, dei libro primo della Georgica dello stesso, un frammento di osservazioni sulla filosofia del Cousin. Questo filosofo rispose con una molto onorifica lettera al ventenne Pallia. Lessi pure un abbozzo di proemio nel presentarsi all'esame per laurea in leggi. Benché in sé stessi tali manoscritti siano poca cosa sono preziosi, tenuto conto che gli altri andarono perduti. La notizia, quantunque dubbiosa, della morte dell'amatissima madre, la nostalgia rodevano sempre più la delicata fibra di lui mentre stava a Parigi. Riavutosi un poco da malattia, si portò a Losanna, ove doveva arrivare la sorella sua Giuseppina; ivi seppe dallo Scovazzi, compagno d'esilio, che a Bex vi era il farmacista Oberti compatriota e parente, e pensò di portarvisi. Prese alloggio all'Hotel de I' Union, tenuto dalla tanto benemerita casa Dùrr, la quale come nel 1821 aveva ospitato i compromessi contro il divieto del Governo Svizzero, continuava ad accogliere con ogni sorta di premura quelli del 1833; e più volte qualcuno d'essi ebbe anche soccorsi in denaro. Il principe della Cisterna, particolare protettore dei Pallia, scrisse da Parigi alla vedova del generale Guigher, residente a Noyon, raccomandandogli il povero Pallia, ed ella tosto portossi a Bex e più non l'abbandonò un momento. Intanto la tisi progrediva rapidamente, ed il Pallia finì di non potersi più alzare da letto; tuttavia egli mostrava sempre brio e speranze di ricuperare la salute, ma più non ne aveva di essa il valente dottore Lebert, emigrato prussiano, che lo curava. Questi era pur affiliato alla Giovine Italia, e si rese poi celebre a Berlino. Al 1º giorno di 9.bre 1837, di notte, manifestossi un orribile incendio nelle scuderia dell'albergo e le fiamme giunsero fino alla camera dell'ammalato, che gettatosi giù dal letto, già infiammato, cadde semi morto sul pavimento. La sorella, la signora Guigher accorse con altri, lo presero e portarono in una carrozza, salvata dall'incendio. Svegliati dal rintocco della campana, giunsero il dottore Lebert e l'Oberti, i quali condussero il povero soffrente nel letto stesso dei medico; intanto un onestissimo mastro muratore consegnava L. 800, che aveva salvato dal tavolino da notte nella camera del Pallia. Riportato all'albergo il Pallia peggiorò sempre più, e a dì 7 9.bre 1837, spirava qual buon cattolico. Essendo Bex paese luterano, il dottore Poncet, savoiardo pure emigrato, compromesso dei 1833, diede il consiglio di portare la salma a Monthey terra cattolica, distante 4 chilometri da Bex. Così fecesi ed intervennero alla sepoltura molta gente, e non poche ghirlande di fiori sparsero sulla bara e tomba gentili signore. Il Pallia aveva carnagione pallida, occhi grossi vivissimi, capelli ricciuti: il suo trattare era pieno di brio. L'Oberti mi dice che fu posta onorifica iscrizione, per sottoscrizioni di amici; ma avendo scritto al titolare della cura cattolica di Monthey, ebbi gentile risposta che nel 1851, essendo stata costrutta una nuova chiesa parrocchiale ed una strada, ove vi era il cimitero, e nessun di colà più ricordandosi di lui, la sua salma andò confusa, e distrutta l'iscrizione, se ancora esisteva.

Egli mi mandò la fede di morte, che trovò nel registro, in cui sta scritto: " Anno 1837, die septime novembris in loco Bex defunctus est D.nus Paulus Pallia, pedemontanus et die nona cjusdem mensis sepultus est Montbeoli juxta ritum Sanctæ Matris Ecclesiæ. In fid. M. S. Dumoulin, par." Se mai qualche mio ricco compaesano si portasse in Svizzera per viaggio di piacere o per altro, si ricordi che a Monthey riposano ignorate le ossa di un infelice, ma illustre patriota e, rammentando come Massimo d'Azeglio ponesse spontaneo a Gavinana una lapiduccia al Ferruccio, ne segua l'esempio. Per mia parte comincerò mandare questo scritto sul luogo. Gran parte degli assistenti a quel funerale - mi scrisse pure il reverendo D. Grenat, curato di Monthey - è passata ai più, e dei rimasti soltanto talune alle domande insistenti mie, fatte a mezzo del signor curato, parve rammentare vagamente un emi-grato piemontese, per nome Pallia, essere stato sepolto colà, ignorandone od avendo scordato il merito di lui. E pure se a coloro, che con lunga vita sono giunti a meritare fama, i posteri loro alzarono monumenti, non meno mi paiono dover essere onorati coloro, che mostrarono di poter diventare grandi, e sfortunatamente la Parca troncò loro a metà il prezioso stame della vita. E quanto il Pallia meriti onorifica memoria vi dirà il Goberti, che lo ebbe a compagno negli studi, e poté constatare nell'amico un ingegno straordinario, un nobil cuore ed una fervida fantasia. Ebbero comuni speranze ed aspirazioni; il Pallia talvolta era però trasportato dall'ardente immaginazione, mentre più calmo era sempre il Gioberti. Nella Svizzera il Pallia parteggiò per Mazzini, e si adoperò quanto poteva per tirarvi Gioberti; ma questi e Pier Dionigi Pinelli a poco a poco riuscirono a moderare il Pallia. Negli ultimi momenti di sua vita il Pallia riceveva ancora una lettera di Gioberti. che gli raccomandava la pazienza e di morire da buon cattolico; e fa ascoltato. Pochi mesi dopo il Gioberti intitolava al giovane sfortunato amico la sua prima pubblicazione, Teorica del sovrannaturale o sia discorso sulle convenienze della Religione, rivelata colla mente umana e col progresso civile delle nazioni. Ed eccone la dedica:

Alla cara e pia memoria Di un amico della sua giovanezza Compagno di sventura Partecipe degli affetti e delle speranze L'autore Consacra questo libro Come un piccolo tributo Del suo desiderio e delle sue lacune

Paolo Pallia Italiano Fa giovane di costumi illibati E di vita integerrima Sortì dalla natura Un animo ingenuo fervido costante E un ingegno vario profondo Con una facile e salda memoria Che lo rendevano alle lettere amene e alle scienze All'immaginare e al discoprire Al discorso filosofico e alla erudizion storica Atto e buono egualmente

Scrisse in versi e in prosa Con italiana eleganza Fece grandi e rapidi progressi Nelle lettere greche e latine E nella filologia orientale I quali se non fossero stati interrotti Dagli affanni e travagli nell'esilio A cui si aggiunsero gl'infortunii domestici E alfin tronchi da morte acerba Nel fior degli anni e delle speranze Egli non lascierebbe ai congiunti ed agli amici E a tutti che lo conobbero da presso Il rammarico inconsolabile Che tanto ingegno si sia spento Senza porgere ai compatrioti e agli estrani Un saggio proporzionato Delle sue fatiche e della suo virtù

Amò la patria E bramò di vederla una forte e libera Da suoi domestici tiranni E sottratta al giogo ignominioso Dello straniero Consacrò e spese a pro di essa Le facoltà, gli studi la fortuna E ciò che è più difficile Agli animi teneri e bennati Lo stesso amore de' suoi più cari E la quiete di sua famiglia E forse in sul morire Vittima dei crudo rigore di un principe italiano E in contrada forestiera Profugo e derelitto Ma immacolato Gli fu dolce il pensare Ch'egli era martire di quella patria La quale indarno chiedeva un salvatore E che dando la sua vita A cui avea dedicato ogni suo bene Il sacrifizio era compiuto E l'esempio non inutile ai posteri

Sentiva molto avanti Nelle cose di religione E si doleva mirabilmente Di vederla negletta e avvilita Dalla miscredenza dei popoli E dalla superstizione e ipocrisia dei principi Visse e mori cattolico Non per cieco costume Ma per intima persuasione Come filosofo Trovando il vero nelle dottrine di Cristo E il sommo bene degli uomini Nell'adempimento de' suoi precetti E come cittadino Non vedendo fuori delle credenze evangeliche Alcun modo efficace e durevole Per ridestare le virtù civile E l'amor patrio Ed operare la redenzione italiana

Diletto spirito Forse un dì la tua terra nativa Grata e memore dei tuo nome Potrà pubblicamente onorarlo Di compianto devoto e di preghiere Fra la schiera gloriosa di quei prodi Che al pari di te non disperando Delle patrie sorti Spirarono sul campo fra i ceppi in esilio E sul patibolo Ed augurarono col loro sangue La futura libertà italiana Fra tanto a chi ti conobbe e ti amò in vita- Sarà unico e soave conforto

Il contemplar la tua effigie scolpita nell'animo Rimemorare l'indole egregia E le tue virtù E temperare l'affanno Dell'averti perduto sì giovane sì tosto Con quei sensi di fede, di amore, di fiducia E di perdono Che animarono ed abbellirono i tuoi giorni E resero santa e invidiabile la tua fine.

E nella dedica dei Gesuita Moderno di nuovo scriveva, Paolo Pallia " giovane d'ingegno altissimo e morto di nostalgia sul fior degli anni, il quale avrebbe dato alla patria un grande orientalista se avesse trovato in lei una madre capace di apprezzarlo e degna di possederlo. " Nella casa dei Pallia, la quale, come si è detto, fu comprata e regalata dal cav. Ogliani al Municipio per uso delle scuole, vi è la seguente iscrizione:

Casa Paterna di Paolo Pallia teologo ed avvocato Giovane di eletto ingegno di vasta dottrina Di generosi pensieri. Nacque in Rivara li dì XX marzo MDCCCIX Morì in Bex (Svizzera) Il dì VII novembre MDCCCXXVII Questo pietoso ricordo Poneva Carlo Cortese Nipote e figlio di sorella

Tale iscrizione io corressi di qualche errore; tuttavia sarebbe bene che il Municipio ponesse una lapide con altra migliore, tanto più che essa comincia a guastarsi. Assai bene fecesi già coi dare il nome di lui ad una via. Il Pallia ebbe un fratello, Pietro, morto giovanissimo uffiziale nelle RR. Truppe, e quattro sorelle, le quali in fresca età furono colpiti dall'etisia ereditaria. La famiglia sua è estinta essendovi soltanto più il nipote Cortese e due nipoti, figlie di sorelle del Pallia. Vi sono però altre famiglie, fra cui una diede un tenente morto in Crimea, il signor Bernardo, un fratello è tenente ora nel Treno, altro fu ufficiale garibaldino, ora in Egitto, tutti figli di un ottimo vecchio militare. Altro Pallia fu pur uffiziale garibaldino, ora in America. I Polla, ora Pola, paiono venuti da Cantoira, avendosi infatto uno istrumento dei 1585 di Giacomo notaio di Cantoira, podestà di Rivara, sposo di madonna Paola, vedova Polletto, da cui provennero sei figli, uno prete; ed altri dopo troviamo prevosti a Trana ed a Levone, notai, avvocato e chirurgo. La famiglia contrasse buoni parentadi, ed un'Agnese, vedova Reordino, conte di Rivarossa, sposò nel 1772 il geometra Bernardo Pola. Oggidì questa famiglia è rappresentata degnamente dal dottore Carlo, laureato in medicina e chirurgia nel 1855, trattando Della Storta, ed ora è medico di reggimento all'Ospedale militare di Napoli, e dal fratello Giuseppe Andrea. Questi, qual sergente bersagliere, fece due campagne, ed a Borgoforte un pezzo di granata del peso di 1/2 chil. gli scaraventò il braccio destro in modo da richiedere una pronta amputazione, la quale sostenne sul campo con quel coraggio, che aveva sempre dimostrato nei combattimenti. Ebbe oltre la pensione la medaglia d'argento al valore militare. Altra casa antica è quella Polletti, ragguardevole per più laureati, ed ora ha un capitano nei Bersaglieri, signor Felice, decorato della medaglia d'argento al valore militare. I Quarelli contano più sacerdoti e notai; i fratelli notaio Ignazio e prete Giuseppe presero parte ai fatti politici dei 1833. La famiglia è ora rappresentata dal segretario comunale. La famiglia Savattone, antica del luogo, ha ora un lettore nei Cappuccini, ora missionario a Filipopoli, ed un sottotenente di Fanteria. Dei Serra furono due teologi parroci di buona fama. I Vanetti ebbero causidici e banchieri. Rivara conta attualmente 14 uffiziali militari, di cui 4 in riposo; 6 laureati, dei quali tre in medicine e tre in leggi, 7 R. impiegati, di cui 4 in ritiro, 3 geometri, 3 notai, un solo esercente, 1 farmacista e 4 preti, un solo in patria. Dei militari decorati di medaglia d'argento al valore militare, oltre i nominati, vi sono Salvi Giuseppe capitano nei RR. Carabinieri e Bertone Michele soldato, che ebbero quella d'argento. Se tanti di Rivara riuscirono bene negli studi è dovuto alquanto a chi in loro aveva ben infuso i primi rudimenti; e questi fa Don Michele Cantelli da S. Giorgio Canavese, maestro per 40 anni in Rivara, giubilato poi ottuagenario dal Municipio. Il suo stipendio noti mai sorpassò le L 300 annue, mentre gli scolari spesso superavano il numero di 60, i quali dall'abecedario tirava sa fino a tradurre i poeti latini. Costumanze particolari andate in disuso vi sarebbe la lega d'amicizia con Favria, pella quale nelle pubbliche feste non aprivasi ballo prima di gridare Fuori Favria! Al qual appello se vi era qualcuno di Favria presentavasi per cominciare la danza. Ed altrettanto facevasi a Favria per Rivara. Usanza vigente, comune pure a varie località dei Canavese, è quella di portare nella vigilia dei giorni festivi al forno pubblico uno speciale vaso di terra, detto tofeia, pieno di fagiuoli conditi con intingolo di lardo, ben salato ed impeperato, detto il prete, con salvia e rosmarino. Si va poi a riprendere il cotto alimento alla mattina della domenica, e forma esso il principal alimento dei popolani, il quale non è disprezzato da cittadini.

NOTE

(1) Guichenon. - Bibl. Sebusiana. Bolognino. La nobiltà antica del Canavese Ms. (2) Archivio Municipale di Rivara. (3) Benvenuto dì S. Giorgio. - Historia dei Monferrato. Datta. - I Principi d'Acaia. (4) Archivio di Stato a Torino. (5) Archivio Camerale di Torino. (6) Cronaca di un Borghese di Rivoli. Ms. (7) Archivio municipale di Rivara. (8) Archivio di Stato a Torino. (9) Roberto d'Azeglio. - Danni che le conquiste recarono alle belle arti. (10) Pel primo ingresso della R. Accademia nel Regio castello di Rivara, ecc. congratulazione della Comunità di Rivara. Torino, Stamperia Ghiringhello, 1832. (11) Erezione dei Borgo Nuovo in Rivara e festa dello Statuto 1853 (Estratto dal numero 110 della Gazzetta Piemontese.) (12) Della Chiesa. - Corona Reale. Claretta. - Storia diplomatica della antica Abbazia di S Michele della Chiusa. (13) Azaríus. - De bello Canaipiciano. (14) M. H. P. - Leges Municipales. (15) Sommario nella causa tra il Regio Patrimonio e la contessa Rosa Valperga di Rivara, vedova Durando di Villa Torino, Stamperia Reale. 1799. (16) Promis Domenico - Medaglia di Tommaso Valperga di Rivara illustrata. (16) bis. Cambiano. - Discorso istorico. (17) Lazari. - Motivi e cause di tutte le guerre principali, ecc. Brusoni. - Dell'Istoria d'Italia. (18) Cigna. - Serie cronologica dei cavalieri del supremo Ordine dell'Annunziata. Ricci. - Istoria dell'Ordine equestre dei Ss. M. e L. Paserio. - Notizie istoríche di Fossano. (19) Possevino. - Hist. belli Monferratensis Assarini. - Delle guerre e successi in Italia. Capriata. - Dell'Historia dal 1613 al 1634. Pagani. - Della guerra del Monferrato, ecc. (20) Borgarelli. - Orazione. (21) Rossotti - Syllabus de Scriptoribus etc. (22) Sommario su citato. Archivio di Stato di Torino. - Protocolli. (23) Gastaldi. - Studi geologici sulle Alpi occidentali. Sismonda. - Notizie sulla costituzione delle Alpi, ecc. (24) Denina. - Essai sur le traces anciennes du caractere des Italiens. (25) Journal de la Doire, No 166 dell'anno 1809 30 aprile. (26) Palma. - Saggio corografico storico di Rivarolo in Canavese. (27) Torelli. - Manoscritti nella Biblioteca di Sua Maestà a Torino. (28) Archivio Capitolare Eporediese. (29) Archivio particolare di Casa Gays (30) Bosisio. - Nei solenni funerali, celebrati nella cappella dei Seminario di Vercelli al teologo G. M. Gays, ecc. Orazione funebre. Vercelli 1865. Vari opuscoli e giornali. (31) D. Sacco. - Cenni biografico - necrologici del medico Luiigi Gays. Ms. (32) Cibrario. Illustrazione dei dintorni di Rivara, quadro del Pittara, nell'Album della pubblica Esposizione di Belle Arti nel 1862. (33) Armonia, giornale di Torino, No 259, 1855. Campanone, id. id, No 262, 1855, e No 6, 1856. (34) Nomade, giornale di Napoli, No 151, 1863 Gazzetta di Torino, No 198, 1863. (35) In morte dell'avv. Paolo Pallia, Discorso m.s. della Biblioteca di S. M. a Torino. - Carteggio del Gioberti

AGGIUNTE

L'archivio arcivescovile torinese fa conoscere che a dì 11x.bre 1351, esistevano due cappelle campestri a S. Giacomo ed a S. Maria de Possatorio, che venivano date a D. Dobiacio Nicolao, opedaliere dei Ss. Lodovico ed Enrico. Nel 1534 aveva la parrocchia di S. Giovanni di Rivara D. Giovanni Ricolde da Cuorgnè e nel 1555 D. Paglieri di Castelnuovo eporediese. Al 25 Luglio 1694, per preghiera del D. Ajmone Blanchetti, pievano di S. Giovanni Battista, si consacrò la nuova chiesa di S. Maria. Da una lettera della defunta Giuseppina Pallia, da Nyon, diretta al medico Luigi Gays in data 11 9.bre 1837, trascrivo quanto segue per riguardo agli ultimi momenti di suo fratello Paolo, di cui si diedero cenni biografici: "Tutto è finito, il povero teologo cessò di vivere li 7, a ore due e mezza pomeridiane. Egli non fece un momento d'agonia, perdé in un punto forza, cognizione e vita; era rassegnatissimo e si conobbe tanto il suo stato che due minuti prima di morire, mi fece allontanare dal suo letto, forse perché non fossi spettatore dell'ultimo suo momento. La buona madama Guigher, che mi tenne sempre compagnia, mi condusse seco a Nyon, dove mi fermerò qualche giorno, indi partirò per Torino per restituirmi a casa. E' doloroso al pensare di lasciare la vita a ventotto anni in un punto, in cui avea il cammino seminato di rose dopo aver calciato molte spine. L'anno venturo sarebbe forse venuto in 6.000 lire e più ed inoltre avrebbe corso una carriera brillantissima in Parigi". Il Bertinatti, ora ministro all'Aja, in un suo discorso, manoscritto, conservato nella R. Biblioteca, dipinge così il Pallia: "Fu l'avvocato Pallia di statura piuttosto alta, di bell'aspetto, di fronte larga e spianata, di portamento grave e maestoso. Aveva occhi scintillanti, capelli ricciuti e nerissimi. La sua fisionomia era energica, il suo passo celere e concitato, i suoi motti pronti e vivacissimi. Aveva testa dritta, barba sotto la giogaia, fare dignitoso ed aggraziato. La sventura il rendeva fiero, lo studio il faceva contemplativo".